C’è molta neve oggi. Il cielo è azzurro, senza nuvole, ed i boschi di larici impreziosiscono il paesaggio con la loro livrea bruno-dorata, che fa di ogni singola pianta una fiamma. L’inverno si sta avvicinando, ed essi sfumano dal giallo nel bronzo, lasciando cadere i primi aghi sul sentiero.
Vere anime della montagna, i larici si annunciano dapprima insieme alle latifoglie, per poi infittirsi alle quote più alte ed imporsi ad esse in formazioni compatte, simili ad un tempio dove la luce filtra attutita tra i festoni dei rami, radendo con raggi obliqui le colonne diritte dei tronchi.
E così disegnano i pendii delle montagne con linee fulve, accendono il bianco della neve e abbracciano con il loro caldo colore i gruppi di baite che minuscoli si distinguono nella vastità del grandioso panorama.
Il sole è caldo, e da lontano il cupo tonfo delle slavine che si staccano dai versanti più ripidi spezza il cadenzato rumore dei passi sulla traccia.
Ad un tratto un altro suono si unisce: da sotto la neve un piccolo corso d’acqua si fa strada sinuoso per giungere a valle; solo a tratti è possibile scorgerlo, ma lui c’è.
Mi fermo e lo osservo, ascoltandolo. Rifletto sulla sua forza intrinseca ed inesorabile. L’acqua può fluire o spezzare. Essa aggira gli ostacoli e può abbattere o trascinare con sé tutto ciò che prima gli aveva resistito. Fluida e sinuosa come quella che scorre nei meandri di un fiume; potente e dirompente come quella che precipita da una cascata. Morbidezza e durezza trovano nell’acqua un incomparabile equilibrio.
Ma la durezza è diversa dalla rigidità, perché l’espressione della vera forza può realizzarsi solo quando l’energia non ristagna ma fluisce liberamente. E così l’acqua può forare la roccia più dura e spezzare qualunque barriera.
Noi siamo natura, e dalla natura dobbiamo trarre ispirazione. Non esistono prigioni in natura, ma tutto fluisce libero, incontrandosi, sfiorandosi, passando, a volte momentaneamente arrestandosi. E’ uno scambio armonico di energie indirizzate alla crescita ed alla trasformazione dell’insieme, a volte non così tangibile ed intuitivo, ma sempre attivo.
L’amore è come l’acqua. Morbida, duttile ma anche fluida ed inarrestabile. Sotto l’apparente stasi della neve e del ghiaccio la sua energia viva trova sempre il modo di farla scorrere dirompente, se non la si costringe a forza dentro un recipiente. Ed in tal caso per evolversi e fluire, essa diventa dura e distrugge ogni rigidità. L’acqua del fiume non è mai uguale a se stessa ma è sempre in divenire. Anche noi, sebbene a volte inconsapevolmente, non restiamo mai gli stessi e siamo in costante mutamento. La vita è cambiamento, come testimonia la natura attraverso le stagioni.
Mentre penso, mi accorgo di trovarmi sotto un grosso larice. Le mie narici avvertono un vago sentore di resina, l’odore di ciò che resisterà al rigore dell’inverno. I larici perderanno gli aghi bloccando il flusso della linfa, così da preservare l’integrità dei rami sotto al peso della neve, ma la loro fragranza persisterà nel bosco, e verrà trasportata dal vento che scuoterà gli alberi ormai spogli facendoli ondeggiare. La resina ha il profumo della vita che trionfa sulla morte, persiste fino a primavera, quando i larici si rivestono di sottili aghi verde tenue e nascono le prime pigne rosate, e si conserva nei tronchi tagliati e lavorati dall’uomo in forma di travi portanti e mobilio per le sue abitazioni. L’essenza dell’albero, la sua anima resiste pur trasformandosi.
Riprendo il cammino e constato quanto sia affascinante il mutamento. Di fronte a me un vasto crinale completamente bianco, e più su un’isolata baita con uno spesso strato di neve sul tetto. Pochi e monumentali larici rigano il cielo azzurro con la loro mole e la neve bianca con le loro ombre lunghe, che si incrociano con i ricami lasciati dalle tracce di qualche lepre. Raggiungo la piccola abitazione e mi accovaccio contro la porta, sull’unica porzione di legno asciutta riparata dalla falda sporgente del tetto. Mangio qualcosa. Il sole è alto, rivolgo il viso al cielo, chiudendo gli occhi per godermi meglio il tepore. Un ticchettio sommesso e poi sempre più insistente spezza la quiete. I raggi scaldano la neve del tetto, facendola gocciolare sulle mie ciaspole e vicino alle mie gambe. Tutto si trasforma, tutto è in divenire. La neve sul sentiero adesso è molle e cedevole, e si attacca continuamente sotto alle racchette rendendo più faticosi i movimenti. Taglio il sentiero in discesa, attraverso il bosco di alti larici dai tronchi nodosi. I larici immersi nell’aria pura della montagna alla quale appartengono, e così vicini al cielo che paiono volare con le loro fronde, senza tuttavia perdere il collegamento con la terra. Guardandoli mi sento un po’ come loro, leggera ma in contatto con le mie radici, cercando l’elasticità che rende il mio cammino di vita lieve e sicuro sugli appoggi giusti, quelli che contano, per i piedi.
Sento l’acqua del ruscello scorrere e vedo i primi accumuli di aghi bruni sulla neve. Percepisco la forza del rinnovamento, e provo a capire che quando lasciamo morire una parte vecchia può nascere qualcosa di nuovo che arricchisce e porta a nuove ed entusiasmanti esperienze.
Le giornate invernali vedono il sole abbassarsi velocemente. Ed è in questo momento che i larici si incendiano, in un controluce che illumina i loro aghi, trasformando gli alberi in una moltitudine di candele diritte verso il cielo nell’ora blu, mostrandoci lo splendore della vita semplice che si rinnova con gioia, giorno dopo giorno, nell’eterno ciclo della vita. Vita che è splendidamente bella, al di là degli avvenimenti.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati