Esiste un momento in autunno in cui la montagna si fa silenziosa. Molti animali vanno in letargo, iniziano le piogge e poi cade la prima neve che, in una notte ricopre il suolo di bianco, senza fare rumore. Tale momento è proprio adesso, quando l’autunno cammina piano verso l’inverno: mai come ora la montagna ci parla per immagini attraverso i suoi alberi, sentinelle silenti e immobili, ma vive. Là in alto, dove regnano le conifere, fra il verde intenso e cupo delle loro fronde che si stagliano sulle pareti in armonia con il grigio della pietra, solo i larici si distinguono illuminando d’oro i boschi. Il loro giallo acceso sembra aver assorbito tutti i raggi del sole estivo per restituirceli in queste giornate cupe, prima di regalarli alla neve attraverso un tappeto di aghi e denudare definitivamente i propri rami abbandonandosi all’inverno. Quando i larici si colorano di giallo e la prima neve dipinge di bianco la terra è bello avventurarsi nel bosco dell’Alevè, in alta valle Varaita. Qui, fra le fluttuanti brume d’autunno, le fronde prossime al sonno dei pini cembri e dei larici sognano, e sussurrano in coro mentre il vento freddo le accarezza e le culla. Il sommesso stormire si accorda con il mormorio delle acque del Varaita di Vallanta. Solo i rauchi richiami delle nocciolaie spezzano a tratti queste rilassanti sonorità. Mi lascio alle spalle un grigio lago di Castello con le sponde già ricoperte di neve. Il bianco campanile con i suoi dettagli rosati emerge fra le case della borgata. Il massiccio baluardo della diga è in parte nascosto dagli alberi. Alcuni centimetri di neve rivestono il sentiero che porta al rifugio Vallanta. A destra e a sinistra, alti larici in livrea autunnale si ergono diritti ma leggiadri, creando un surreale corridoio d’oro sul mio cammino. Antiche leggende narrano che il larice sia nato dal velo di una ninfa il giorno delle sue nozze con il principe dei raggi del sole. Il velo è rappresentato dai sottili ed eleganti aghi di questo albero, mentre il sole è il colore che esso assume in autunno. L’ardua salita e la presenza di neve rendono il passo corto e lento il respiro, per acquisire il giusto ritmo che armonizza cuore, polmoni e gambe. La pioggia, che aveva dato un po’ di tregua, riprende a cadere fitta, accentuando l’aroma della resina che cola dai rami delle conifere. Spessi strati di muschio e lichene si aggrappano alle robuste e spesse cortecce. Leggere barbe di frate volteggiano eteree fra i rami. I larici d’oro dominano il sentiero, mentre sul versante a destra la loro presenza è sporadica nel regno dei pini cembri, e solo in questa stagione si riesce ad individuarla grazie al suggestivo colore giallo. La pioggia sferza sottile il mio volto, e sottili cadono gli aghi dei larici sulla neve, decorandola con geometrie casuali. L’altezza del manto aumenta, ma non è ancora il momento di calzare le ciaspole. Le mie impronte incrociano le recentissime tracce di un cervo e di una volpe. Risalgo circa metà vallone fino al bivio per il Pian Meyer, attraversando il torrente su un asse di legno innevato, quindi taglio subito  a destra con l’intenzione di compiere il tratto di ritorno dell’itinerario transitando per il rifugio Bagnour ed il lago Secco prima di chiudere sul rifugio Grongios Martre e quindi arrivare a Castello. Poco più avanti, una vecchia baita abbandonata e ricoperta di neve cattura la mia attenzione. Sullo sfondo, tre pini cembri allineati in altezza decrescente si ergono imponenti. L’effetto prospettico non fa intuire subito le loro reali dimensioni, delle quali mi rendo conto passando loro accanto. Subito dopo il panorama si apre su un esteso pianoro bianco. La neve mi fa affondare fino a metà polpaccio. Il verde scuro dei massicci cembri popola ordinato la grande radura. Qua e là si ergono dorati e quasi elfici pochi larici. A terra, profumate e resinose pigne vuotate dai loro pinoli testimoniano la simbiosi fra le sempreverdi conifere prevalenti e la nocciolaia. Il versante dal quale provengo è invece magnificamente rivestito da larici gialli. In lontananza, puntando con lo sguardo verso Chianale e la sua Tour Real, nebbie sottili schermano i pendii rivestiti dal vasto bosco scuro, punteggiato di giallo. L’effetto visivo è quello di una livrea di un grosso e mitologico rapace, un gufo forse. Entro nel bosco e la traccia si fa più tortuosa, a tratti priva di neve. Non è possibile utilizzare le ciaspole in queste condizioni, perché potrebbero danneggiarsi oppure costringermi a toglierle e metterle più volte. Avanzo a fatica nel bianco che raggiunge tranquillamente il mezzo metro, guado un  torrente ricco d’acqua e mi ributto fra gli alberi. La via prosegue apparentemente senza fine, incrociandosi con tracce e piste poco segnalate che mi fanno spesso procedere ad intuito. Intanto la pioggia non mi dà tregua e fa freddo. A malincuore decido di abbreviare il mio percorso, puntando direttamente sul rifugio Grongios Martre senza allargarmi sul Bagnour e sul lago Secco. Gli alberi secolari schermano a tratti la pioggia con le loro fronde. Finalmente inizia la discesa e calzo le ciaspole che mi permettono di correre nella neve e quindi di scaldarmi un po’. Dopo quasi un’ora di cammino avvisto il camino del piccolo e grazioso rifugio in legno e pietra. I pasciuti gatti dei proprietari oziano sul tavolo all’esterno e mi osservano con pigra curiosità. Quattro grossi larici si stagliano gialli sullo scuro versante marezzato di neve che fa loro da sfondo. In lontananza si percepisce la massiccia presenza della mole del Pelvo d’Elva, purtroppo celata dalle nubi ancora cariche di pioggia. Layla e Luca mi accolgono cordiali invitandomi a riscaldarmi davanti al loro camino. Chiacchieriamo un po’, quindi riprendo il mio cammino raggiungendo in poco tempo l’auto. La pioggia continua inesorabile, ma i larici d’oro riescono a illuminare il cielo e l’animo come tanti piccoli soli e, ammirandoli, penso che ciascuno debba portare dentro sé un metaforico larice per riuscire a vedere sempre la luce anche nei momenti bui della propria vita.

Testo ed immagini di Elena Cischino. Tutti i diritti sono riservati.