Il mio giro del Monviso – giorno 1

Il mio giro intorno al Re di Pietra è stato l’ultimo della stagione, una settimana prima della chiusura dei rifugi. Ho camminato insieme ad altre otto persone; guidava il nostro gruppo Andrea, accompagnatore naturalistico di provata esperienza, professionalità e simpatia, che ha trasmesso energia e positività a tutti noi. L’itinerario di quattro giorni e tre notti ci ha permesso di  gustare pienamente la montagna, con le giuste pause per osservare la natura intorno a noi, scorgere un animale, scattare una fotografia. Sono tanti i ricordi di questa lunga e splendida escursione, che conterò di ripetere insieme ai miei figli quando saranno un po’ più grandi. Provo a fissare in questo e nei prossimi racconti le emozioni vissute in quei giorni e nei preparativi.

Pochi giorni prima della partenza
Avevo atteso tanto questo trekking – mi ero iscritta già all’inizio di marzo – ed ho rischiato di doverlo rinviare di un anno per il maltempo. Infatti il meteo, che fino a quel momento era stato buono, prevedeva pioggia torrenziale e vento per metà del giro, tanto da annullarlo. La delusione forte fu superata un paio di giorni dopo grazie ad una riorganizzazione e nuova pianificazione dell’escursione per gli inizi di settembre. Mi ricordo che ogni mattina controllavo febbrilmente le previsioni del tempo augurandomi di incontrare al massimo un po’ di pioggia: volevo assolutamente fare il giro del Monviso!
Il mio zaino da 30 litri mi aspettava, pronto per essere riempito, operazione che ho fatto solo il giorno antecedente la partenza per scaramanzia. In quel periodo stavo leggendo un bel libro, “Wild”, di Cheryl Strayed, storia vera di un’escursionista – non proprio qualunque – che da sola percorse il Pacific Crest Trail. Agli inizi del libro la protagonista era alle prese con la preparazione dello zaino, il cui contenuto inondava letteralmente la superficie del suo letto a due piazze. Le dimensioni ed il peso del suo bagaglio erano tali che essa lo paragonava ad un furgone, o ad un essere dotato di vita propria, ribattezzandolo ironicamente “mostro”.
Io non sono stata via due mesi, ma quattro giorni, tuttavia confesso di aver pensato con un certo timore all’effetto del peso dello zaino, il cui allestimento fu un vero e proprio processo iterativo, guidato dalla domanda chiave che facevo a me stessa: “Ma questa cosa è davvero essenziale?”. Alla fine avevo con me due magliette a maniche lunghe, due a maniche corte, un paio di pantaloni di ricambio, tre ricambi di biancheria e tre paia di calze (uno al giorno per ovvi motivi…), i pantavento, il guscio impermeabile, un pile a cerniera intera, una giacca pesante, guanti, cappello e fascia da collo, il sacco lenzuolo, un asciugamano piccolo ed un mini kit di toilette e pronto soccorso, occhiali da sole e crema solare, un thermos per il the caldo ed una borraccia per l’acqua. Con il pranzo al sacco per il primo giorno mi avanzava ancora un po’ di spazio. Il peso era accettabile, soprattutto quando ho avuto modo di confrontarlo con quello dello zaino di altri partecipanti. Ancora una volta la montagna mi aveva insegnato a dare il giusto peso alle cose, portando con me solo il necessario e rinunciando senza indugi al superfluo.

Primo giorno
Finalmente arriva il tanto sospirato giorno! Il nostro gruppo è piccolo ed eterogeneo. Ci sono due donne sole come me, un signore che italiano che vive in Svizzera ma ripete volentieri il giro coinvolgendo sempre amici o conoscenti (questa volta è insieme a due colleghi americani e ad uno italiano), un altro signore ed un ragazzo che già conosco da altre gite. Lo spirito di comitiva sembra buono.
Tutti in fila dietro ad Andrea partiamo da Castello, in Val Varaita, ed dopo un primo tratto in salita lungo il torrente Vallanta ci spostiamo sulla destra su un sentiero che si addentra in mezzo ai contorti pini cembri del bosco dell’Alevè. Camminiamo circondati dal silenzio, interrotto sommessamente dal suono cadenzato dei nostri passi e dal cinguettio degli uccelli, con l’odore pungente e balsamico delle pigne che penetra le nostre narici. Qui il primo incontro con un giovane cervo, parzialmente celato dalle fronde degli alberi. Dopo un altro tratto in salita, raggiungiamo il bellissimo Pian Meyer e poi il Gias Fons, la cui erba ormai color ocra per l’autunno incipiente fa spiccare il verde intenso dei pini cembri che lo punteggiano. L’ambiente è circondato dalle aspre rocce scure che fanno da confine alla nostra sinistra  con il selvaggio vallone delle Forciolline. Alle nostre spalle si scorge fra le nuvole la sagoma maestosa del Pelvo d’Elva. Saliamo ora su una pietraia, che si apre fra la Costa Ale Lunghe alla nostra destra e le Rocce Meano alla nostra sinistra, dirigendoci verso il Vallone delle Giargiatte, dominato dal giallo e rosso bivacco Bertoglio, posto su una  piccola altura. L’ambiente è rude e solitario, quasi spettrale, anche a causa della nebbia a tratti e delle nuvole. Innumerevoli piccoli menhir, si innalzano in mezzo alla brulla vegetazione rossastra. Il lago Bertin ed il lago Lungo si estendono come lingue ora grigie ora argentee in mezzo a queste curiose testimonianze lasciate nei lustri dagli erranti che si trovavano di passaggio in queste lande remote. Le rocce nere e le sagome scure che giganteggiano al contorno di questo vallone fanno intuire che siamo attorniati dai primi satelliti della catena del Monviso. Le nubi basse ci impediscono di individuarli con precisione: Punta Dante, Punta Michelis, forse il Re di Pietra che si erge alto dietro di esse ci stanno osservando. Un fugace squarcio nel cielo libera un occhio di azzurro, ed un raggio di sole filtra illuminando per un attimo il lago Lungo e gli sfasciumi che attraversiamo fino a guadagnare l’ampia depressione del Passo di San Chiaffredo, sullo spartiacque tra Varaita e Po. Tuoni ancora sommessi ci annunciano che occorre affrettare il passo perché il temporale è vicino. Andrea ci esorta ad accelerare il passo: trovarsi in mezzo ad un temporale vicino alle creste rocciose può diventare pericoloso. Alla velocità della luce indosso guscio e pantavento per non trovarmi impreparata. La mulattiera taglia quasi in piano le pendici di quella che ipotizziamo essere Punta Trento, e giunge in breve al Passo Gallarino. Qui scendiamo lungo una pietraia, quindi imbocchiamo un sentiero che passa in mezzo ad una conca verdeggiante. Le nubi basse e l’assenza di luce ci fanno solo immaginare la maestosa presenza delle montagne, osservandone le scure sagome delle loro basi, nere ed aspre in contrasto con l’erba verde. Dopo un tratto in discesa scorgiamo fra le nebbie il noto specchio del lago dell’Alpetto. Siamo giunti alla conclusione della nostra prima tappa. Nei pressi del ricovero dell’Alpetto, il più antico rifugio del Club Alpino Italiano, alcune marmotte si lasciano osservare da vicino, godendosi ancora gli ultimi giorni prima di andare in letargo. Entriamo appena in tempo nella piccola ma accogliente costruzione in legno e pietra, evitando la grandine che si rovescia per quasi un’ora tutt’intorno. Siamo stati davvero fortunati. Ormai al sicuro, e sollevati dal peso degli zaini che ci ha accompagnato per quasi dieci ore di cammino, ci ristoriamo con una buona polenta ed altre vivande che i gestori del rifugio hanno preparato per noi. Qualche chiacchiera ed un paio di partite a carte ed è tempo di riposarci.

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2018-09-08T08:25:26+00:00

About the Author:

Elena Cischino
Ingegnere, appassionata di paesaggi di montagna in tutte le stagioni, che vive attraverso escursioni alla portata di tutti nelle valli intorno al Monviso, condivide le sue esperienze di cammino nella rubrica “Racconti di un’escursionista qualunque“.

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