L’autunno è quella stagione in cui il sole, ormai pallido, lascia il ricordo di sé nelle calde tonalità autunnali delle foglie, nei colori accesi delle bacche, negli arancioni delle zucche, in modo da restare indelebile dentro di noi nei grigi e freddi mesi invernali e continuare a riscaldare le nostre anime fino al sopraggiungere della primavera. L’autunno è una promessa che la natura ci fa, regalandoci code di colori, odori e sapori, affinché noi riponiamo in lei la fiducia che ogni cosa rinascerà, nonostante le nebbie, il silenzio dovuto a letargo e migrazioni ed il freddo che presto irromperanno. E’ nel primo autunno che si percepisce la maturità della natura, il suo essere pronta a trasformarsi, mediante un decadimento, in un qualcosa di funzionale al risveglio. Attraverso le nebbie i colori si sfumano, pur restando ancora vivi. Dentro la bruma gli odori si intrappolano rimanendo sospesi a mezz’aria per poi ricadere umidi al suolo e mescolarsi con i sentori di muschio, funghi e foglie morte. La neve che in seguito cadrà formerà un bianco tappeto che ricoprirà tutto questo, facendolo diventare materia organica che nutrirà la natura bambina in primavera. Osservando il modificarsi della natura intorno a noi, percepiamo il cambiamento e comprendiamo la promessa che ella ci ha fatto, senza che alcuna parola venisse proferita, perché tutti i grandi cambiamenti avvengono senza fare rumore, come le foglie che cadono leggere dagli alberi e ricoprono via via la terra lasciando i rami nudi. Non c’è bisogno di proclami quando le cose devono seguire il loro corso. Esse accadono e basta. La natura è generosa, e in autunno sa regalarci quelle giornate dove il sole può ancora scaldarci sebbene l’aria sia già più frizzante, così da invogliarci a salire in montagna ed ammirare come ella, al pari di un consumato artista, sappia mescolare sapientemente gli ocra ed i rossi delle distese erbose, creando decisi contrasti con il verde a tratti superstite, il freddo grigio delle rocce ed il bianco della prima neve sulle cime più alte. Non c’è tonalità cromatica fuori luogo sulla tavolozza della natura: ogni tinta si armonizza con le altre, ed il cielo e la terra paiono abbracciarsi e fondere i rispettivi colori sulla loro linea di confine. Gli animali adattano la livrea alle sfumature dell’ambiente, dimostrando come sempre di essere parte integrante di esso. Lo spettacolo dell’autunno in montagna è suggestivo in ogni dove; per me lo è particolarmente nel vallone del Lenta, laterale alla valle Po. Qui vasti boschi di latifoglie sfumano su altipiani di ampio respiro, ed è possibile camminare per ore ed ore a quote non troppo elevate attraversando passi e colli di dolce pendenza, con la mole poderosa del Monviso sempre presente, e incontrando rii e ruscelli che scorrono lungo i falsi piani con anse sinuose prima di sprofondare da gole e dirupi in suggestive cascate. In una soleggiata giornata di fine ottobre, insieme all’amico Marco di Monviso Piemonte siamo andati a curiosare l’autunno da Meire Dacant fino al rifugio Alpetto, ritornando indietro per l’Alpe e la Croce Bulé. Il silenzio dovuto all’assenza delle marmotte, ormai in letargo, è a suo modo una presenza dell’autunno, così come gli isolati alberi dalle foglie gialle che punteggiano come in un quadro di Monet i pendii di erba verde spento. Il candore naturale delle Rocce Bianche spicca sotto i raggi del sole, offuscando momentaneamente la consueta presenza scenica del Re di Pietra che si delinea un po’ in disparte sullo sfondo. Il ben noto sentiero sale puntando deciso verso la gola rocciosa da cui si lascia cadere il rio dell’Alpetto, piuttosto copioso per le piogge dei giorni scorsi. Dietro di noi, verso valle, una cortina di nebbia leggera rende affascinante il colpo d’occhio sulla pianura. I fitti boschi che circondano le piccole borgate del vallone del Lenta sembrano un mantello cangiante, sul quale lo scuro e prevalente verde è marezzato da gialli, rossi e arancioni. Scrutiamo le pareti di pietra che si ergono a destra e a sinistra alla ricerca di stambecchi o camosci. Un raggio di sole illumina un gradino di roccia chiara che ci incuriosisce per il singolare gioco di luce. Solo in un secondo momento individuiamo la presenza di uno stambecco seduto che si gode il calore della giornata. E non è da solo: un gruppo di una decina di esemplari, costituito da femmine e piccoli, sta iniziando a muoversi con agilità fra le pietre, pur osservandoci con curiosità. L’umidità creatasi per le recenti piogge trasuda dalla roccia con tante gocce. Sui gradini naturali l’erba rossiccia dona ristoro a questi splendidi animali. Li ammiriamo ancora un po’, quindi risaliamo l’ultima parte della gola dove gorgoglia impetuoso il rio dell’Alpetto, per poi seguirne il sinuoso corso nel pianoro che la sovrasta e che porta verso il rifugio ed il suo lago. Ciuffi di fiori di angelica ormai appassiti dondolano con la leggera brezza affacciandosi sulle sponde del torrente. Il terreno è verde accanto al suo letto ed anche più in là, a causa dell’acqua che facilmente esonda un poco mantenendo sempre bagnato il suolo. Grossi blocchi di pietra rivestiti da licheni gialli si accumulano ai bordi della piana. Il Monviso emerge possente ostentando la prima nevicata che lo ha rivestito di bianco, al pari di una spolverata di zucchero a velo. La cima delle Lobbie ed il Viso Mozzo sono anch’esse spruzzate di neve. Percorriamo tutto l’altipiano risalendo il gonfio corso d’acqua e raggiungiamo il piccolo rifugio in pietra grigia. Il recentissimo locale invernale di legno profuma ancora di resina. Poco più sotto, il lago dell’Alpetto emerge con il suo blu quasi verde tra l’erba ingiallita delle sue sponde. Ci lasciamo alle spalle il rifugio percorrendo la riva sinistra del suggestivo specchio d’acqua in direzione dell’Alpe Bulè. In un ben preciso punto, il Re di Pietra si specchia vezzoso nel lago. Mano a mano che risaliamo il crinale, il lago diviene sempre più piccolo e si confonde con i colori gialli ed ocra dell’autunno. Il rifugio è un piccolo puntino grigio che guarda l’anfiteatro delle mastodontiche montagne appena imbiancate. Il sentiero si perde e si confonde con le tracce delle mandrie in alpeggio. Lo scenario, per la presenza di numerosi saliscendi di quote simili, appare sconfinato. Il rosso dei cespugli dei mirtilli ed il giallo dei licheni sulle pietre sono i colori dominanti. Dietro di noi, in lontananza, si distingue ancora la caratteristica gola dell’Alpetto. Di fronte a noi l’Alpe Bulè e poi il Colle di Luca, sullo spartiacque Po-Varaita. Il Monviso scompare e riappare dalle alture rivelando da questa angolatura la presenza del suo Dado. Singolari rocce simili a volti si ergono solitarie lungo la via. L’arrivo all’Alpe Bulè è annunciato da un casolare che funge da ricovero per il bestiame che qui pascola nella stagione estiva. Poco più sopra, il rio Bulè precipita con un breve salto e scorre diramandosi in più anse verso il basso. Il guado del torrente non è intuitivo, proprio a causa della quantità d’acqua e della corrente. L’erba in questa zona è verde brillante, ed è disseminata da tondeggianti massi di ragguardevoli dimensioni. Camminiamo lungo il corso del rio, passiamo un minuscolo e grazioso laghetto e puntiamo alla Croce Bulè. Solo giunti qui il Monviso si fa di nuovo vedere. E’ già pomeriggio, ed il sole inizia ad abbassarsi creando dei suggestivi controluce sulla sagoma della grande montagna. Percorrendo la breve e dolce cresta lo sguardo spazia sulle propaggini boschive che confinano con il meraviglioso ed esteso Pian Paladino. Le betulle ed i faggi sono accesi di giallo ed arancione. Altri alberi han già perso le foglie e si ergono pallidi e scheletrici stagliandosi in contrasto sui pendii ormai in ombra. Le Meire Dacant si intravedono minuscole più in basso alla nostra sinistra, nel pianoro del rio dell’Alpetto contornato dai boschi in foliàge. Scendiamo rapidamente verso il punto di partenza di questo meraviglioso itinerario ad anello. Il sole sta tramontando dietro le Lobbie. L’ultimo raggio fa emergere un poetico cono di luce che taglia il Monviso e le Rocce Bianche. L’ultima pennellata di sole è per gli alberi di Pian Paladino che si accendono nelle loro calde tinte autunnali mentre l’ombra già invade tutto il resto.