L’uomo è polvere di stelle, e fin dalla sua comparsa sul pianeta ha avuto un contatto diretto con l’universo. Da sempre egli ha rivolto lo sguardo verso il cielo per trarne informazioni, ma anche emozioni. Ha tracciato linee immaginarie per unire le diverse stelle, dando vita alle costellazioni, associando a esse nomi e storie che sono entrate nel mito. Ha navigato facendosi guidare dalla posizione degli astri. Ha coltivato i frutti della terra seguendo  il moto dei corpi celesti. Ha scandito il tempo sull’alternarsi del giorno e della notte.  Si è fatto ispirare dal cielo per comporre poesie, sinfonie ed opere d’arte divenute immortali. Egli stesso ha evoluto il proprio corpo seguendo l’alternanza tra la luce e il buio, in  quello che si chiama ritmo circadiano, che determina il ciclo di sonno/veglia. L’uomo è dunque figlio dell’universo, di una delle sue migliaia di galassie, e di uno dei miliardi di soli che scaldano uno dei tanti pianeti. L’uomo fa parte di un tutto cosmico ma ne è allo stesso tempo solo un granello, e per questo egli non è mai riuscito a eliminare la sua costante tensione verso l’infinito, l’eterno, l’universo. Il cielo è sempre stato visto come una meta da raggiungere per condividere il senso di incommensurabilità e di onnipotenza che esso ispira, e il non poterlo contemplare  produce l’angoscia tipica di chi si sente senza via di uscita. Il non poter vedere le stelle e gli altri corpi celesti isola l’uomo da quell’ambiente di cui egli ed il suo  pianeta sono parte. Esiste tuttavia un aspetto paradossale in questa atavica realtà: negli anni l’uomo ha creato con le sue stesse mani una barriera fra sé e il cielo, spegnendo virtualmente ed inconsapevolmente la luce delle stelle nel proposito di dominare il buio della notte con milioni di luci artificiali. Nell’illusione di sentirsi più sicuro, pensando di cancellare con un esercito di lampadine  le zone d’ombra che potenzialmente celano pericoli ed incognite. Infatti, proprio questa luce dispersa verso l’alto illumina le molecole dell’atmosfera, creando uno sfondo luminoso che nasconde la luce degli astri, impedendo la visione delle stelle e degli altri corpi celesti, alterando quindi il rapporto dell’uomo con l’universo. Il problema è grave perché è in gioco la nostra percezione del mondo sul quale il cielo stellato è l’unica finestra disponibile. La Via Lattea non è una semplice distesa di stelle ma è nientemeno che la nostra Casa nell’Universo, quell’isola di stelle di cui il Sole fa parte, nella quale abitiamo e che i nostri nonni percepivano in ogni notte serena. In un futuro non lontano una cappa lattiginosa potrebbe nascondere del tutto agli occhi dei nostri figli la parte di universo in cui ci troviamo. Perché l’inquinamento luminoso sta crescendo in modo esponenziale, e con esso la luminosità del cielo: dagli anni Settanta ad oggi la luminosità artificiale del cielo è più che quadruplicata. Le statistiche evidenziano una situazione preoccupante: l’ottanta per cento della popolazione mondiale vive sotto un cielo inquinato da luci artificiali e con la preclusione alla vista del cosmo. La Via Lattea è invisibile ad un terzo dell’umanità. In questa statistica rientrano il sessanta per cento degli europei e l’ottanta per cento della popolazione nord americana. Solo il venti per cento della popolazione italiana riesce a vedere la Via Lattea e un cielo stellato incontaminato. In tutto questo è significativo evidenziare un caso a dir poco emblematico. Nel 1994 un terremoto colpì la città di Los Angeles negli Stati Uniti d’America. A causa del sisma, intere aree della città vennero isolate e rimasero al buio. I centralini della polizia, dei vigili del fuoco e del locale osservatorio vennero presi d’assalto perché molti videro nel cielo una strana luminescenza. Era la Via Lattea. Già. La maggior parte dei bambini e dei giovani adulti del mondo non ha mai visto la Via Lattea, la galassia della quale facciamo parte, il piccolo borgo al quale apparteniamo all’interno dell’universo. Ma l’inquinamento luminoso non incide soltanto sulla componente emozionale dell’uomo, bensì anche su quella fisiologica. Il ritmo circadiano è un’espressione del ritmo della natura, della terra e del cielo, dove ogni battuta è parte di una composizione musicale perfetta che non contempla cacofonie. Esso è regolato da fattori interni, come l’orologio biologico, ed esterni, come la luce e la temperatura. Nelle piante sono esempi di ritmo circadiano i movimenti di apertura e chiusura degli stomi o di certi fiori. Negli animali e nell’uomo, seguono un ritmo circadiano il ciclo sonno-veglia e la produzione di alcuni ormoni: nell’uomo la ghiandola pineale ha il compito di produrre serotonina di giorno e melatonina di notte, mentre il corpo non viene illuminato. Perciò l’esposizione prolungata del corpo umano alla luce artificiale modifica e altera i naturali ritmi circadiani, con ricadute negative sulla qualità del sonno ed evidenti conseguenze sulla qualità della vita e la salute: depressione, diabete, abbassamento del sistema immunitario e obesità, in alcuni casi tumori. È inoltre noto che la luce, in particolare quella blu proiettata dai dispositivi retroilluminati a led come tablet e computer o smartphone, può interferire con la qualità del sonno, e le ricadute possono essere molto pesanti. Un problema di questa portata non può essere risolto semplicemente dal singolo individuo. Occorre intervenire sulla qualità e tipologia dell’illuminazione, in modo da ridurne la quantità, che implica anche un notevole spreco energetico. Si pensi che negli Stati Uniti in un anno, per illuminare strade e parcheggi, si consuma una quantità di energia elettrica che sarebbe sufficiente per soddisfare per due anni la domanda elettrica di una città come New York. Purtroppo di tutta questa illuminazione circa il 50% viene sprecato, e a questo sono associate sia costi che emissione di CO2, per compensare la quale dovrebbero essere piantati circa 900 milioni di alberi ogni anno. I Comuni italiani spendono ogni anno un miliardo e 800 milioni di euro di elettricità, di cui due terzi di illuminazione pubblica. Siamo il paese a livello europeo che più spende per l’illuminazione pubblica. Ciascuno di noi consuma 100mila kWh ogni anno, il doppio dei tedeschi, degli inglesi e un terzo in più rispetto ai francesi. Se è vero che su certe scelte di vasta scala il singolo non può fare nulla, non si può negare che se ciascuno facesse un uso razionale della luce domestica e dei propri dispositivi elettronici si potrebbero conseguire già grossi risultati, sia in termini di benessere che di riduzione del consumo energetico e di una quota dell’inquinamento luminoso. E poi occorre sempre ricordare che siamo figli del cielo e della terra, e come tali abbiamo bisogno del contatto con entrambi per stare bene e vivere bene. Perciò camminiamo nei boschi o a piedi nudi nell’erba, tocchiamo la terra, annusiamo il profumo dei fiori, accarezziamo i sassi. Alziamo spesso gli occhi verso la vastità infinita del firmamento, sforzandoci di vedere le stelle e riconoscere le costellazioni. Approfittiamo dei tanti luoghi pressoché immuni dall’inquinamento luminoso sulle nostre montagne e andiamo a vedere la Via Lattea. Portiamo con noi i nostri figli e godiamoci insieme a loro l’emozione di vedere lo spettacolo più bello e gratuito che possa esistere: la bellezza della natura in tutte le sue forme. Ricordo ancora adesso lo sguardo stupito di mio figlio quando vide per la prima volta la Via Lattea insieme a me nella Conca del Pra in estate. Lo stupore, l’emozione e l’ammirazione suscitano automaticamente il rispetto e la volontà di proteggere quel che abbiamo e che ci appartiene e al quale soprattutto apparteniamo. E senza il quale non potremmo esistere.
Testo di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati