Parco del Monviso: riflessioni sulla gestione e promozione del paesaggio

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Dalla lettura dei giornali locali e dalle notizie che circolano sul web il nuovo Parco del Monviso sta completando la lunga fase politica e istituzionale, difficile e in parte osteggiata dal territorio, che ha portato alla definizione degli organi di gestione e alla nomina del nuovo presidente nell’ex sindaco di Verzuolo, Gianfranco Marengo. Le sue prime parole di commento dopo l’elezione richiamano la necessità di procedere in continuità con il lavoro svolto negli ultimi anni dal parco del Po, un’eredità professionale costituita da progetti in corso e altri in fase di presentazione, in accordo con la consulta dei comuni del saluzzese e delle valli montane, portata avanti in questo ultimo anno sul territorio dal sindaco di Saluzzo, Mauro Calderoni. Colgo quindi l’occasione per raccogliere una sollecitazione ricevuta in merito e per fare alcune riflessioni comuni sui temi della gestione del paesaggio.

Ciascuna comunità, attraverso la propria memoria collettiva e la consapevolezza del proprio passato, è responsabile dell’identificazione e della gestione del proprio patrimonio. La pluralità nella società comporta anche una grande diversità del concetto di patrimonio come concepito dall’intera comunità. I beni culturali ma anche le diverse componenti del paesaggio storico, culturale, agricolo, naturale, sono l’esito di adattamenti voluti e composti dall’uomo, sono portatori di valori che costituiscono memoria e identità di una comunità. Questa mutevolezza dei valori costituisce la specificità del patrimonio nei vari momenti della nostra storia. Attraverso questo processo di cambiamento, ogni comunità sviluppa la consapevolezza e la conoscenza della necessità di tutelare i singoli elementi del costruito. Non sempre i principali assunti della Carta di Cracovia (2000) relativa al restauro e alla conservazione del patrimonio culturale collettivo, che sottolinea anche come gli strumenti ed i metodi sviluppati per giungere ad una corretta salvaguardia devono essere adeguati alle diverse situazioni, sembrano trovare attenta lettura e corretta attuazione.

museo santi del popolo casteldelfino (1)Il territorio delle valli del Monviso sembra, in alcune circostanze, non essere consapevole dei valori della propria storia e aver perso il senso della sua memoria e della sua cultura; come ad esempio nella politica culturale e di promozione attuata dall’inarrestabile e intraprendente sindaco Domenico Amorisco di Casteldelfino in valle Varaita volta a creare e inventare un museo dei Santi del popolo. E non un museo sulla cultura popolare devozionale della vallata alpina, visto che le monumentali statue bronzee rappresentano i santi più noti da Sant’Antonio Abate, San Francesco d’Assisi, San Michele Arcangelo fino ad arrivare a Padre Pio, insieme ai piemontesi San Giovanni Bosco e San Domenico Savio. I santi famosi sono protetti da un imponente porticato con struttura in legno lamellare coperto in lose posto di fronte a un’ampia gradinata rivestita in pietra, con una impropria pavimentazione dell’enorme piazza antistante. Tutt’altro che virtuale, quindi, il museo “del museo santi del popolo casteldelfino (2)misterioso Paradiso dei Santi” (così come lo definiva il sindaco); non certo sostenibile e di impatto limitato, visto che oltre alla struttura imponente, oltre alle statue monumentali con tanto di musica sacra e sonoro con testi sulla vita dei Santi, alle tende scorrevoli alle spalle delle statue che coprono quanto ancora del paesaggio non era stato manomesso e radicalmente deturpato, alle vetrate colorate con i fiori di montagna negli spazi vuoti dietro alle statua, oltre a tutto questo, è completato da una “escursione virtuale nella flora e fauna alpina montana”. E allora ecco che intorno al monumento “Monvisino” che troneggia per ricordare il bene patrimonio Unesco – per altro ben visibile, quello vero, in diversi punti della valle – nasce una falsa area naturalistica, fatta di approssimative riproduzioni di animali (in materiali tutt’altro che “sostenibili” o almeno riciclati) del tutto decontestualizzate, di caprioli, cervi, scoiattoli, civette, gufi e aquile.
Ma davvero il sindaco di Casteldelfino è convinto che i turisti arriveranno a frotte per ammirare i suoi santi e i falsi animali? Ma neanche fosse stata pensata come un’area didattica potrebbe funzionare: cosa insegniamo ai bambini che i caprioli e i cervi passeggiano a bordo della statale della valle Varaita in un’area artificiale sapientemente curata a spese del comune di Casteldelfino? Ma possibile che l’identità culturale, la memoria storica e il paesaggio di Casteldelfino e della valle Varaita abbiano bisogno di tutto questo, di un finto Monviso, di cementificare un altro spazio pubblico (quando il governo sta discutendo della legge sul consumo zero del suolo agricolo; sulla gestione del suolo si veda anche l’articolo A Staffarda nel bosco di Aimondino, un sogno irrealizzabile?)? Davvero c’era bisogno delle grandi opere, delle infrastrutture come l’enorme parcheggio realizzato con ΄indubbia cura e attenzione al paesaggio΄ impiegando enormi blocchi da scogliera e metri cubi di asfalto (con i fondi dei Seimila campanili) per accogliere i pullman di pellegrini attratti dall’area naturalistica e dal museo dei Santi del Popolo? (e si perché il sindaco per documentare il successo della sua iniziativa ha posizionato dei rilevatori che contano il numero dei visitatori, che questi siano abitanti di Casteldelfino, operai comunali addetti alla manutenzione o altri poco importa!) Ma davvero questo piccolo comune della valle Varaita (sostenuto anche da casteldelfino parrocchiale400finanziamenti europei e regionali) doveva indebitarsi per opere inutili e dannose invece di investire su un turismo sostenibile che riscopra il suo territorio, i percorsi, i sentieri in montagna, le borgate, il culto popolare, gli edifici, quali l’antico castello, la parrocchiale e la chiesa di Sant’Eusebio, vero patrimonio identitario per la comunità, per la sua memoria e la sua storia. Forse se il sindaco si fosse rivolto a chi ha fatto della conservazione il tema di vita, di formazione e di lavoro (in teoria un museo si costituisce sulla base di un progetto scientifico) e a chi si occupa di turismo in maniera competente, si sarebbero potute fare scelte diverse, che avrebbero però dato minor rilevanza e fama al committente.
E allora l’invito al nuovo presidente del Parco del Monviso è di valutare attentamente quali sono le linee di indirizzo, anche nell’ambito del recente riconoscimento del Mab Monviso Unesco, sulle quali investire nel futuro prossimo per preservare un paesaggio eterogeneo, prezioso, promuovendone la sua conservazione e fruizione sostenibile, indirizzando finalmente i fondi europei verso una gestione a sistema del territorio, corretta e che superi le logiche dei favoritismi, evitando gli errori fatti sino a pochi anni fa quando, ad esempio, nel progetto ‘Cultura des Hautes Terres’ del Pit ‘Monviso: l’uomo e il territorio’ è stato inserito il finanziamento di 65.000 euro per il completamento funzionale del museo en plein air di Casteldelfino.
Certo esempi di poca lungimiranza, di spreco di risorse, di incapacità di cogliere idee innovative e portarle avanti c’è ne sono diversi (come non ricordare la triste dismissione e abbandono del museo en plein air Aperto di Barge, che approfondiva la relazione tra la contemporaneità e il paesaggio), ma occorre guardare positivo e volgere lo sguardo verso altre esperienze dirette con maggiore attenzione al recupero del territorio, cercando di mantenerne viva la comunità e investendo sulle persone e sulle esperienze di vita, sulla volontà di tornare in montagna, aiutando scelte di residenzialità e di lavoro, alimentando il processo inverso di concentrazione verso i centri urbani.
Certo il pensiero corre subito ad Ostana, comune della alta valle Po, dove il sindaco Giacomo Lombardo, ha investito con grande caparbietà sulla scommessa di far tornare la vita nelle borgate alpine di fronte allo spettacolo del Monviso che toglie il fiato, con una attenzione alla qualità del vivere quotidiano e del recupero del paesaggio sicuramente encomiabile. Capacità premiata dalla recente nascita avvenuta dopo quasi trent’anni che ha portato Ostana al centro (per fortuna, in questo caso, per un evento positivo) dell’attenzione mediatica italiana, mentre il sindaco andava a Bruxelles per la presentazione della “Quinta relazione sullo stato delle Alpi dedicata ai cambiamenti demografici”, testimoniando l’esperienza delle piccole comunità locali dove si investe, si pianifica e di progetta la rinascita di una comunità di alta montagna. Un’attività incessante che ha portato al recupero della borgata Sant’Antonio di Ostana (Miribrart, il toponimo in occitano) con la
ostana miribartrealizzazione del centro polifunzionale «Lou pourtoun»; in questo caso bisogna dire non proprio un intervento di piena sostenibilità e ad impatto zero, viste le dimensioni del complesso, così come per altro era stata la realizzazione del rifugio e della tettoia coperta (vero e proprio edificio a due livelli di grande impatto visivo per il piccolo borgo della Villo) e del sistema di parcheggi e dei muri di sostegno con annessa palestra di arrampicata esterna (ma si sa che spesso gli architetti preferiscono manifestare la loro presenta lasciando segni evidenti sul paesaggio piuttosto che passare inosservati) nell’ambito di un “laboratorio” vivente per la costruzione di una nuova abitabilità della montagna occitana.
Ostana si arricchisce puntualmente di edifici e di possibilità (negozio, centro benessere, centro culturale, caseificio), di eventi e di servizi per rendere agevole la vita dei nuovi abitanti e dei (resistenti) che sono rimasti. Una ricchezza che ha puntato sulla memoria, sulla cultura, sulla consapevolezza di appartenenza di una comunità alla propria storia, al proprio modo di vivere e lavorare, aggiornandola con gli strumenti della contemporaneità, facendo arrivare anche un festival del cortometraggio e una scuola di cinema (“Aura Scuola” dal film Il vento fa il suo giro (E l’aura fai son vir in occitano), creata e diretta dai registi Fredo Valla e Giorgio Diritti.
Viene da dire perché a Ostana credono (e si impegnano) nella forza della condivisione
E allora tornando al nuovo presidente del Parco del Monviso speriamo che Gianfranco Marengo voglia fare propria la visione di Monviso Piemonte “Una montagna di persone”, attuando una politica di investimenti rivolta ad incentivare il ritorno delle persone verso la montagna, attraverso azioni puntuale e mirate. Un’attenzione specifica dovrebbe essere rivolta ai giovani costruendo opportunità per far rivivere il territorio e l’economia incoraggiando il loro ritorno nelle valli; innovazione e sviluppo si declinano attraverso i temi della sostenibilità ambientale ed economica (quella vera e reale), del rispetto delle risorse naturali, della green economy, del turismo slow e di tutti quei temi che ci sono così cari e sui quali lavoriamo per un futuro che non dimentichi la memoria dei luoghi, insita nel patrimonio culturale del Monviso. Buon lavoro!

Testo: Silvia Beltramo 

Consigli per la lettura:
Articoli sui recenti interventi sull’architettura montana di Ostana si trovano sulla rivista
ArchAlp. Ricerche per il territorio alpino

2017-07-28T09:38:50+00:00

About the Author:

Silvia Beltramo
Architetto, storico dell’architettura, e socio fondatore di Sassi Vivaci, si occupa di bandi e progetti e, grazie alla sue esperienza decennale, dell’organizzazione delle visite turistiche.

2 Commenti

  1. Carola 5 Marzo 2016 al 11:21 - Rispondi

    Bello!!! In bocca al lupo. Spero davvero che si realizzi il progetto e diventi patrimonio comune e fonte di vita questa meravigliosa parte di natura poco conosciuta.

  2. Livio Tesio 7 Marzo 2016 al 20:58 - Rispondi

    Bell’articolo, complimenti Monviso Piemonte. Condivido che investire sul territorio per farlo conoscere e valorizzarlo è un’obiettivo concreto per riportare a scoprire luoghi stupendi e meravigliosi. Il modello Ostana descritto è un vero modello che deve essere seguito.

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