Lettere di pietra

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Lettere di pietra 2017-07-28T09:38:40+00:00

Torino, lettere come pietra.
M’incammino in questa febbre, senza un minimo di coscienza, tutto d’impeto e di getto, lasciandomi travolgere da un pensiero, neanche ben definito.
Quale sensazione genera l’architettura nelle persone? Quale segreta ispirazione custodiscono i luoghi? Ecco questo lavoro parte da qui e partendo dalla visione di alcuni siti più o meno celebri di Torino presi di mira, accennati, citati, raccontati, decantati,
da personaggi  più o meno illustri, nel senso di conosciuti, cercherò di fondere i due sguardi, quello creatore dell’architetto e quello letterario di chi vi è passato; a mio modo anch’io esprimerò forse un giudizio, sicuramente effettuerò una selezione.
Parto da questa città, da cui sono fuggito molti anni orsono per una personale deterrenza verso il caos e un’innocente, potrei dire commovente, propensione alla natura; lei che come madre mi ha avuto bambino e ragazzo, da cui mi sono allontanato per dolorosi sensi e a cui ritorno da uomo, forse per ricomporre una frattura.

Le prime lingue di fiamma furono viste a mezzanotte in punto. Mi parvero giochi d’incanti o incredibile prospettiva, perché i rari curiosi decisero che quella pietra non poteva partorire fuoco. Finché una statua precipitò dall’alto del palazzo, crepitando di scintille e carboni, e finalmente furono urla, sirene, un accorrere di ombre stanate dai portici, un frastuono di ordini, richiami, stupori.
La seconda statua sembrò galleggiare su un’onda di braci, si tuffò poi come nero angelo per frantumarsi sulla piazza in una tremenda corona di lapilli. Quando i carri dei vigili circondarono l’incendio, Palazzo Madama era ormai un rosario di fuochi contro la volta del cielo, le grandi vetrate scintillavano, occhi di draghi inchiodati alla loro condanna. Da vicoli e cortili la gente era uscita ed ingombrava i portici. Il crepitio, i tonfi che masticavano le interiora del palazzo venivano accolti da un silenzio animale. I getti d’acqua parvero steli senza forza, che quella fornace inghiottiva per rispondergli con nuovi scoppi, rovinio, risa di materia in sciagura. Bruciavano i marmi secolari, le vernici, gli specchi, i tappeti, gli avori quasi avessero covato nell’anima, per infinite età, tanto diabolico zolfo. Bruciavano le divise, le cere, i legni dei cassettoni, i drappi, sete e velluti, accartocciandosi in un delirio comandato dal destino, e sempre temuto.

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Fate attenzione agli occhi, dico io, che sono lo specchio dell’anima, sentite le loro parole che sono lo specchio degli occhi.

Il palazzo reale! Sempre nelle sere di infanzia, agitava la mia fantasia e acuiva la mia curiosità il vedere in quell’enorme edifizio tutto buio dietro la deserta piazza vigilata dai bellissimi Dioscuri bronzei di Abbondio Sangiorgio, frutto di una età non felice nell’arte, ma ancora abbastanza sapiente per comprendere che le statue equestri non possono essere atlanti di anatomia per uso degli allevatori di cavalli inglesi, di vedere in quella scura facciata un alto abbaino illuminato. E la mia mente puerile si smarriva in un mare di congetture e di fantasticherie sopra quel lumicino. Ma finalmente molti anni più tardi mi fu spiegato l’enigma: in quella soffitta veglia ogni notte una sentinella. Un centinaio d’anni fa, non so più che cosa prese fuoco in quella stanza, e vi fu messa per prudenza una guardia. In progresso di tempo la stanza fu vuotata dalle macerie infiammabili, ma la sentinella vi rimase. Dopo
cent’anni essa vigila ancora la soffitta vuota. Una sentinella che veglia fedelmente, senza discutere, una polveriera che non c’è più; questa mi è spesso parsa l’attitudine spirituale del Piemonte della mia giovinezza …

…ancora la Porta Palazzo d’allora, tale e quale, quel vasto attendamento zingaresco con le trabacche di traliccio, ove si trovava a comprare di tutto; e le sonnambule e i prestigiatori e i teatrini di marionette, che in basso ci comparivan le scarpe del burattinaio e in alto, dal boccascena, Gianduia accoppava gendarmi, adesso come allora, davanti al suo pubblico di fantaccini, di monelli e di scioperati, sempre quello, adesso come allora.

Proseguendo di là per il Corso San Massimo s’arriva nella grande piazza ottagonale di Emanuele Fi-liberto. Ma per vederla in tutta la sua bellezza bisogna capitarvi una mattina di sabato, d’inverno, in pieno mercato. Uno Zola torinese potrebbe mettere lì la scena di un romanzo intitolato Il ventre di Torino. Sotto le vaste tettoie, fra lunghe file di baracche di mercanti di stoffe, di botteghini di chin-caglierie e d’ esposizioni di terraglie all’aria aperta, in mezzo a monti di frutta, di legumi e di pollame, a mucchi di ceste e di sacchi, tra il va e vieni delle carrette che portan via la neve, tra il fumo delle castagne arrosto e delle pere cotte, gira e s’agita confusamente una folla fitta di contadini, di servitori, di sguatteri, di serve imbacuccate negli scialli, di signore massaie, di ordinanze colla cesta al braccio, di facchini carichi, di donne del popolo e di monelli intirizziti, che fanno nera la piazza.
Intorno ai banchi innumerevoli è un alternarsi affollato e continuo di offerte e di rifiuti, di discus-sioni a frasi secche e tronche, di voci di meraviglia e di sdegno, di apostofi e di sacrati, che si confondono tutti insieme in un mormorio sordo e diffuso, come d’una moltitudine malcontenta. Là bisogna andare per vedere le erbivendole famose, formidabili di tarchiatura, di pugni e di lingua, e per studiare la potenza insolente del vernacolo, la ferocia spietata dell’ingiuria plebea, il lazzo che schiaffeggia, il sarcasmo che leva la pelle, strazia la carne e incide le ossa …
Passano delle signorine eleganti, dei grossi borghesi buongustai, dei cuochi tronfi e sprezzanti, delle cameriere padrone, dei 130 curiosi allegri, una folla continuamente cangiante, fra cui si fanno largo ogni specie di rivenditori ambulanti, vecchi decrepiti, bambine, mostricciattoli col botteghino al collo, che offrono un almanacco, un tartufo, due limoni, una catenella d’acciaio, un pezzo di tela, facendo un vocìo assordante, dominato dalla voce stentorea del venditore della Cronaca dei Tribu-nali e dalla cantilena funebre del sacrestano che scuote un bossolo domandando l’elemosina per le anime del Purgatorio. Per tutta la piazza è un affacendamento e un rimescolio rumoroso, un farsi e un disfarsi continuo di crocchi intorno a carrozze di cavadenti, a venditori di specifici, a strimpella-tori di violino, a banditori d’incanti, a ciarlatani cappelluti che raccontano storie di delitti, davanti a grandi quadri rosseggianti di sangue, a teatrini da burattini, rizzati in mezzo alla neve, a grandi fiammate di paglia, accese dai fruttaioli infreddoliti per sgranchirsi le membra …

Conosce Torino? Ecco una città secondo il mio cuore. Anzi la sola. Tran-quilla, quasi solenne. Terra classica per gli occhi e per i piedi (grazie a una pavimentazione magnifica e ad un colore tra il giallo e l’ocra che fonde armonicamente tutte le cose). Un soffio di buon settecento: Palazzi di quelli che parlano al cuore; non fortezze stile Rinascimento! E poi: scorger le Alpi dal centro della cìtta! queste lunghe strade che sembrano condurre in linea retta verso le auguste cime nevose. Aria serena, limpida in modo sublime. Non avrei mai creduto che una città, grazie alla luce, potesse diventare cosi bella. A cinquecento passi da me il palazzo Carignano, mio grandioso vis-a-vis (costruito nel 1670). Dirimpetto a questo, il Teatro Carignano, dove si dà in modo degnissimo la Carmen. Si può camminare per mezze ore di seguito sotto alti portici. Qui tutto è costruito con liberalità ed ampiezza, specialmente le piazze, così anche nel cuore della città si ha un senso superbo di libertà …
L’indomani andai in via Po … Quando imboccai la larga strada e vidi in fondo la collina pezzata di neve e la chiesa della Gran Madre, mi ricordai che era carnevale. Anche qui, bancarelle di torrone, di trombette, di maschere e stelle filanti riempivano le arcate dei portici. Era fresco mattino, ma già la gente formicolava verso la piazza in fondo, dove ci sono i baracconi …

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine
le dita senza guanto
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché ni:un le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la .veletta,
divorano la preda.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta o forma.

L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un’altra – il dolce crebbe
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate

Un’altra, con bell’ arte,
sugge la punta estrema :
invano! ché la crema
esce dall’altra parte

L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppa
di cedro, di sciroppa,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine

Perché non m’è concesso
o legge inopportuna !
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte ?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.