Sono le prime ore di un sabato pomeriggio agli inizi di ottobre: sto salendo al rifugio Vallanta da Castello di Pontechianale, in Valle Varaita. Dormirò qui: il giorno successivo tenterò di arrivare al colle delle Cadreghe di Viso, i pinnacoli di roccia che si ergono fra il Re ed il Visolotto.
La giornata è limpida: l’aria è pungente e non c’è una nuvola nel cielo. I larici iniziano già a sfoggiare delle sfumature gialle; da qui a poco i colori dell’autunno prenderanno definitivamente il sopravvento su quelli dell’estate.
Il primo tratto del sentiero si apre fra grossi cespugli di erba gialla che riluce sotto i raggi del sole ed ondeggia dolcemente per il vento lieve. Rocca Jarea si erge maestosa dal confine con il vallone dei Duc, al di sopra dei verdi pini cembri del fitto bosco dell’Alevè.
Risalire il corso del torrente Vallanta è lungo ed in costante salita, ed il peso dello zaino attrezzato per bivaccare si fa sentire.
Avvicinandosi alla testata del vallone, sulla destra iniziano a farsi vedere le impressionanti pareti verticali del versante Ovest del grande Re di Pietra. Il profilo triangolare di Punta Caprera svela poco a poco la mole del Viso di Vallanta, ai più noto come Dado, dapprima di spigolo e, continuando il cammino, in tutta la sua estensione longitudinale.
Sono quasi trascorse tre ore da quando sono partita, ed il sole ormai basso tinge di ocra tutte le montagne. La luna crescente fa capolino dalla sagoma di Punta Caprera.
Finalmente si intravede il tetto di lamiera grigia del rifugio Vallanta. Sullo sfondo il Visolotto e Punta Gastaldi.
Ancora pochi minuti ed eccomi finalmente sulle rive del lago Bealera Founsa. Da qui il piccolo rifugio fronteggia il Gigante delle Cozie e ne ricorda, seppur in modo stilizzato, la caratteristica forma da questa angolazione. Una scala a chiocciola di metallo verniciato di rosso permette l’accesso al piano alto nel bivacco invernale, essendo il rifugio ormai chiuso.
Non vedo l’ora di liberarmi della zavorra che ho sulle spalle e di cambiarmi la maglia impregnata di sudore. Apro la porta del locale e subito sono accolta da un gradevole profumo di legno. Di fronte a me una grande vetrata opaca lascia intravedere le ultime propaggini della Costa Savaresch.
Alle mie spalle una struttura tubolare rossa sorregge un alveare di letti, disposti su più piani quasi a raggiera. Fa freddo. Il sole si sta abbassando velocemente e nel bivacco serve già la pila frontale per vedere bene.
Nonostante le folate di vento gelido che intanto ha iniziato a soffiare, esco fuori per godermi lo spettacolo del tramonto del sole.
Le formidabili montagne che ho di fronte, dapprima giallo ocra,  sono ora diventate arancioni. I miei occhi cadono sul Dado, che sembra formato da una serie di gigantesche fette di roccia tenute insieme da due enormi mani che, invisibili, escono dal cielo. Da qui la sua forma mi ricorda quella dell’Ayers Rock, il monolite australiano che un po’ di anni fa avevo contemplato mentre cambiava tinta al calare del sole. Anche il Dado è cangiante: il suo arancione acceso vira adesso verso il rosso, così come Punta Gastaldi, Visolotto, Monviso e Punta Caprera. Le pietre si tingono via via di un rosso sempre più acceso che viene ingoiato mano a mano dall’ombra scura di Costa Savaresch che si allunga inesorabilmente. Ad un certo punto solo le creste sono illuminate, quasi infuocate, mentre le Cadreghe di Viso, più basse, sono ancora completamente cremisi. Poi il rosso si smorza ed il cielo si fa scuro, così come le pietre. Questo magnifico spettacolo è durato soltanto pochi minuti, e mi ha talmente calamitata verso le montagne che non ho più badato al vento freddo. E’ l’ora blu. Guardando verso valle il cielo ha preso i colori del primo crepuscolo, virando dall’arancione al violetto, ed è ritagliato dalle sagome nere del Pelvo d’Elva e delle altre montagne. La luna prende a poco a poco il sopravvento rischiarando localmente l’oscurità, sfumando i colori ed i contorni, come in un quadro d’acquerello.  Il cielo si fa sempre più scuro, fino a diventare nero. Gli occhi si abituano all’oscurità ed ecco il nuovo miracolo: una splendida stellata si rivela progressivamente punteggiando la volta celeste.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati