Osservando la catena del Monviso dalla pianura, non si può fare a meno di notare un singolare merletto di rocce frastagliate incuneate fra il Re di Pietra ed il Visolotto, quasi un ponte fra queste due montagne.
Più da vicino e più in alto – come ad esempio dalla sommità del Viso Mozzo – è ben evidente come i cinque pinnacoli si ergano scoscesi ed affilati a picco sul minuscolo e rosso bivacco Falchi-Villata situato ben più sotto, e guardino severi il ghiacciaio pensile di Coolidge, sospeso sull’impervia parete Nord del Monviso, o l’ardito picco Lanino dove si cela la croce di vetta del Visolotto.
Queste inaccessibili e splendidamente verticali torri di pietra mi hanno sempre affascinata, facendomi immaginare l’affaccio a strapiombo sui laghi della valle Po, e le grandiose ed inusuali vedute sulle aspre pareti dei due giganti di roccia e sulle loro nevi perenni.
Desideravo da tempo raggiungerle, e di sedermi alla loro base come se fossero titaniche poltrone, per contemplare attonita il capolavoro geologico iniziato quattrocento milioni di anni fa e che lentamente continua, giorno dopo giorno. Poltrone di pietra. Sedie. Cadreghe. Le Cadreghe di Viso. Questo è il nome con il quale sono conosciute.
Se dalla valle Po soltanto pochi ed esperti alpinisti possono ambire a conquistarle, dalla valle Varaita esse possono diventare accessibili, pur con lunga e faticosa salita su ghiaia, pietraia instabile e neve risalendo un ripido canale e costeggiando un ghiacciaio.
Lo scorso ottobre tentai la salita alle Cadreghe, pernottando la sera prima nel bivacco del rifugio Vallanta. Purtroppo un vento gelido e le temperature prossime allo zero mi fecero desistere a poco meno di un’ora dalla meta. Così, in questo sabato soleggiato e stabile di fine luglio ci ho riprovato, questa volta in giornata, partendo da Castello di Pontechianale. Insieme a me Luca, come nel primo tentativo. Iniziamo a camminare alle sei del mattino, decisi a traguardare questa volta la nostra meta.
L’aria è bella fresca e non c’è una nuvola. Il torrente Vallanta è gonfio d’acqua per le recenti piogge ed il suono brioso del suo scorrere accompagna i primi duri tratti di salita. Il sole è ancora troppo basso per illuminare Rocca Jarea e le numerose specie di fiori che colorano il ciglio del sentiero.
Camminiamo di buon passo per arrivare il prima possibile al rifugio, ben consapevoli delle difficoltà che incontreremo da lì in poi.
In breve tempo raggiugiamo il bivio per la gola delle Forciolline e per le Rocce di Viso, itinerari per chi vuole tentare la via normale di salita sul Monviso. I grandiosi massicci che custodiscono questi tracciati impegnativi sono ancora in ombra. Proseguiamo sul sentiero, e da lì a poco alla nostra destra iniziano a farsi vedere le impressionanti pareti verticali del versante Ovest del grande Re di Pietra. Il profilo triangolare di Punta Caprera svela la mole del Viso di Vallanta, ai più noto come Dado, dapprima di spigolo e, continuando il cammino, in tutta la sua estensione longitudinale.
Oltre la cresta di Savaresch alla nostra sinistra, le punte delle montagne iniziano ad illuminarsi.
Il nuovo giorno è spettacolare verso valle: il Pelvo d’Elva e le altre montagne brillano sotto i raggi del sole mattutino. Invece la catena del Monviso si erge severa e ancora scura.
Finalmente si intravede il tetto di lamiera grigia del rifugio Vallanta. Sullo sfondo il Visolotto e Punta Gastaldi.
Ancora pochi minuti ed arriviamo sulle rive del lago Bealera Founsa. Il piccolo rifugio fronteggia il Gigante delle Cozie e ne ricorda, seppur in modo stilizzato, la caratteristica forma da questo versante.
Siamo giunti qui in due ore esatte, superando mille metri di dislivello: ci meritiamo una seconda colazione prima di avventurarci verso le Cadreghe.
Ci incamminiamo prima delle otto e mezza; ci attendono seiecento difficili metri di dislivello in parte ancora in ombra, su una lunga estensione.
Passiamo accanto al vecchio rifugio Gagliardone, danneggiato una trentina di anni fa da una valanga e successivamente sostituito dal rifugio Vallanta. Nonostante sia ridotto ormai ad un rudere, qualcuno ha scelto di trascorrere la notte qui. Altri invece hanno bivaccato in tenda.
Raggiungiamo a breve il primo assai ripido e ghiaioso canale creato dalla sorgente del rio che alimenta il lago.
Una spessa lingua di neve ricopre in parte il piccolo corso d’acqua e si estende per tutta la lunghezza del faticoso canale. Superatolo, raggiungiamo una vastissima pietraia, sempre in ripida salita, ancora in gran parte rivestita da neve dura e intervallata da tratti di scivolosa ghiaia compatta. Infiliamo i ramponi, e con tanta pazienza continuiamo a salire, ed arriviamo all’altezza del ghiacciaio di Vallanta, uno dei pochi del Monviso. Come una grossa lingua bianca esso lambisce buona parte della conca morenica, e si mescola alla neve tardiva che ancora permane. Teniamo la sinistra e continuiamo a salire. Intanto il colle delle Cadreghe non si vede più. Da quassù il lago Bealera Founsa è uno specchio azzurro che riflette la caratteristica sagoma del rifugio Vallanta. La luce ha invaso la cima Losetta, il Tre Chiosis ed i passi di Soustra e di Vallanta, oscurati solo dall’enorme ombra del Dado che, insieme al resto del Monviso è ancora privo di luce. L’immancabile vento, per fortuna fresco e non gelido come quello dello scorso ottobre, ci accompagna fedelmente.
Oltrepassato il ghiacciaio riprendiamo a salire più ripidamente su un tratto di ghiaia mista a pietre che richiede attenzione ed altra neve, perciò rimettiamo i ramponi. Poi procediamo rimontando su pietre grosse e mobili, che rendono ogni passo instabile. Le Cadreghe continuano ad essere nascoste. Il lungo profilo del Monviso mette in evidenza il Dado, i torrioni SARI e la punta bifida, pur da una prospettiva diversa da quella usuale. La grande e simbolica montagna incute ammirazione frammista a timore, con la sua roccia scura seppur illuminata finalmente dal sole. Il Visolotto troneggia con la sua mole piramidale di rocce rossastre e frastagliate. Tutto è in bilico, in costante ed inesorabile trasformazione. Cerchiamo di camminare nel centro della conca per evitare le scariche di pietre, frequenti in questa zona, che possono sopraggiungere da entrambe le montagne. Ovunque si posi lo sguardo, si vedono pietre che sembrano in procinto di cadere, formidabili ricami in cresta di equilibri precari. Ogni tanto sentiamo il rombo cupo e sinistro delle scariche di pietre provenienti dal versante della Valle Po.
Sono le undici e, come un miraggio nel deserto, ecco che appaiono le cinque Cadreghe. Viste così da vicino sono enormi e fanno impressione. Sembrano un gigantesco Jenga costruito da chissà quali giganti in epoche remotissime. Basterebbe che una delle loro mani estraesse una lastra di roccia dalla base per far crollare tutto. Le torri di pietra sembrano lì, a due passi, ma distano ancora una buona mezz’ora di marcia in salita e noi incominciamo ad essere affaticati. Prendiamo fiato e mangiamo velocemente qualcosa. Sopra di noi il cielo è azzurro e popolato da poche nuvole vaporose e passeggere. La giornata si conferma ottima; lasciamo gli zaini per salire più leggeri e percorriamo l’ultimo faticoso tratto su pietraia mobile e sfasciumi.
Siamo incredibilmente arrivati alla base delle Cadreghe, sul colle Sud, da cui si attacca la via alpinistica di salita della parete Nord-Ovest del Monviso. I cinque pinnacoli di roccia si ergono silenziosi davanti agli escursionisti che giungono sin qui, al loro cospetto. Come sfingi, rimangono imperturbabili di fronte alla piccolezza del genere umano ed alla brevità della sua esistenza.
Il vento canta una nenia insinuandosi fra le fessure delle pietre, nenia che si mescola con il rotolare dei massi sull’altro versante. Fra questi suoni forse le cinque sfingi parleranno per enigmi, pronte a lasciar cadere su di noi un masso se non sapremo rispondere, perché la leggenda dice che l’enigma che non puoi risolvere è destinato a distruggerti.
Questo veloce e inquietante pensiero mi fa smuovere da dove mi trovo. Mi volto alla mia destra e trovo ciò che volevo vedere: quel che resta del ghiacciaio pensile di Coolidge è di fronte a me, a poche decine di metri. Esso appare come una colata lavica bianca che spicca sulle neroverdi ofioliti del Re di Pietra, attorniata da enormi torrioni rocciosi e incisa ai lati da ripidi canali.

Mi siedo appoggiandomi alla parete verticale di una delle Cadreghe e resto a contemplare questa meraviglia. Trent’anni fa questo ghiacciaio era assai più spesso, e per una serie di eventi crollò a valle portando con sé enormi detriti che colmarono per metà il bacino del lago Chiaretto, che da qui si intravede alla mia sinistra come una minuscola lingua turchese, quasi mille metri più un basso. Vorrei affacciarmi e cercare più sotto il rosso e minuscolo bivacco Falchi-Villata, che restò indenne alla furia del crollo di ghiaccio e roccia, risparmiando quindi le vite dei due alpinisti che si trovavano lì quella notte del 6 luglio 1989. Vorrei affacciarmi, ma realizzo che sono seduta sul ciglio di uno strapiombo, quindi rinuncio per prudenza. Intanto Luca sta cercando la via di salita su una delle Cadreghe, desistendo per l’eccessiva esposizione dei cinque pinnacoli.
Resto ancora un po’ a contemplare la formidabile montagna, e penso che meriti a pieno titolo il nome avvolto dal mito con cui viene spesso chiamata: “Re di Pietra”. Mentre realizzo questo, altre pietre rotolano giù dal versante Est e il loro boato riecheggia sulle pareti delle Cadreghe.
Una piccola pietra è un monte, ed un monte è una piccola pietra. Tutto si evolve e si trasforma.
Sono felice e appagata da questo incontro ravvicinato con questo volto del Monviso, in un luogo che pare remoto e dimenticato, ma è tempo di scendere.
Percorrere la stessa via in discesa, purtroppo, è quasi lungo come farla in salita. Il caldo ha reso più morbida la neve, ma l’elevata pendenza e l’estensione dei nevai ci fa ricorrere nuovamente ai ramponi. Ci lasciamo scivolare sui tratti di ghiaia per guadagnare tempo, ma inevitabilmente ci massacriamo le ginocchia sulle pietraie instabili.
L’ultimo, ripido canale mi mette in crisi. Sono davvero stanca, e lo discendo facendo parecchie pause. Giunta sul fondo, vorrei quasi urlare per aver concluso questo difficile e lungo itinerario, ma sono troppo esausta anche per questo, e il pensiero che dobbiamo ancora ritornare a Castello non mi aiuta.
Mi distraggo osservando i fiori simili a batuffoli di cotone che ondeggiano delicati sulle sponde del rio che alimenta il lago Bealera Founsa. Ora la luce illumina bene i prati e tutti i numerosi e svariati fiori che punteggiano le radure ed i pendii erbosi, trasformando il paesaggio in un quadro impressionista.
Facciamo merenda, quindi iniziamo a scendere. Il lungo vallone di Vallanta quando si è stanchi diventa eterno, e arriviamo a Castello con il sole ormai basso all’orizzonte, provati da milleseicento metri di dislivello sia in salita che in discesa su circa ventisei chilometri di cammino.
Tuttavia valeva la pena raggiungere le Cadreghe, ed contemplare in quel luogo quasi mistico il vicinissimo ghiacciaio Coolidge.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati