Punta Udine è una meta che desideravo raggiungere già due anni fa, ma la prima neve arrivò presto.
Mi sarebbe piaciuto salirci la scorsa estate nel giorno del mio compleanno, ma a metà mattina la nebbia aveva già cancellato il sole ed il panorama.
Finalmente ci ho riprovato alle porte dell’autunno, sebbene la scarsa visibilità alle sette del mattino a Pian del Re mi facesse pensare di salire al massimo fino al rifugio Giacoletti a bere qualcosa di caldo accanto alla stufa.
Il lago Fiorenza, così grigiastro e avvolto dalla bruma, faceva pensare più alla Scozia che alle Alpi. Tutto il ripido sentiero diretto ai laghi alti si intravedeva appena sotto ai piedi, e le gocce di umidità si condensavano sugli steli d’erba, sui fiori e sui miei capelli che nel giro di pochi minuti erano fradici.
Ma è proprio vero che la speranza è l’ultima a morire! Sollevando lo sguardo dai sassi rivestiti di verde muschio all’altezza del piccolo lago Lausetto avviluppato dalla nebbia, si vedeva l’azzurro del cielo liberarsi velocemente rivelando il Monviso e i suoi satelliti, quasi come se una gigantesca mano avesse ripulito un vetro umido per vedere cosa nasconde.
Rimontando la via per il rifugio Giacoletti il mondo appariva diviso a metà da un’uniforme e spessa coltre di bianchissime nuvole: io mi trovavo in alto, baciata dal sole, e tutto ciò che si trovava al di sotto di duemilacinquecento metri di quota era diventato invisibile. Rifacendomi ad una fiaba amata dai miei figli, mi sembrava di camminare nel regno fatato scoperto da Jack in cima all’enorme pianta di fagiolo che aveva scalato. Chissà quali tesori mi aspettavano…
Le piantine di mirtillo ormai rosse ma ancora cariche di frutti dolcissimi rivestivano i pendii intorno a me. Il Monviso ed il Viso Mozzo torreggiavano dal mare di nuvole come enormi scogli. Questo oceano bianco ridefiniva fantasiosamente ogni prospettiva e riferimento, ricongiungendosi all’infinito con il cielo azzurro. Sotto a questa vastissima coperta di batuffoli di cotone poteva celarsi qualunque cosa. Bello era essere lì, a immaginare di avere le ali e volare radenti su quel candore, figli di un cielo perennemente azzurro come accade solo alle quote più alte.
Sotto al Losas l’erba era ancora verde e rigogliosa, e un gruppo di camosci insieme ai loro piccoli dell’anno stavano pacificamente pascolando. Ogni tanto le madri richiamavano i capretti che, baldanzosi, si staccavano dal branco per esplorare il mondo intorno a loro.
Risalendo la via che taglia la pietraia nell’ultimo tratto prima del rifugio, una marmotta solitaria osservava guardinga ma curiosa prima di nascondersi nella sua tana.
Ed ecco finalmente le bandierine colorate che annunciavano l’arrivo al Giacoletti. Il Monviso, appena spolverato di neve, era splendido. Punta Udine, nitida e verticale, faceva da baluardo al piccolo rifugio addossato alla sua base. La salita si poteva fare!
Indossai casco e imbrago per assicurarmi nei tratti più ripidi. Il canalone – o coulour – del Porco è stato negli anni ottimamente attrezzato con tratti di fune, catene e gradini metallici da Andrea, guida alpina e custode del rifugio.
Poco alla volta, con calma e serenità, risalivo la roccia, ragionando su ogni gesto dopo aver trovato l’equilibrio. In queste condizioni, così come su qualunque sentiero, la presenza dei compagni è fondamentale. La forza del gruppo, grande o piccolo, è la chiave per affrontare ogni salita. Insieme si trova il coraggio e la forza di non mollare e di non avere paura. Perché se ciascuno ha le proprie motivazioni che lo spingono a raggiungere una meta, è grazie ai compagni che si riesce ad arrivare, unendo le singole volontà che spronano la salita quando le gambe e le braccia di ognuno sembrano cedere.
Che grande soddisfazione una volta arrivata sul colle del Porco! Dalla palina segnaletica una lunga catena di bandierine colorate si agitava al vento, stagliandosi nel cielo azzurro appena velato da nuvole leggere. Alla sinistra Punta Udine, dietro la quale si intravedeva il Dado di Viso; alla destra Punta Venezia. Di fronte il vallone del Guil, in Francia, con il lago Porcieroles e, in direzione del passo di Vallanta e del monte Losetta, il piccolo lago Lestio. Alle spalle, il mare di nubi dal quale emergevano il Granero, la Meidassa e le Rocce Alte del Losas.
La difficoltà per arrivare in cima era minima: la traccia di tacche gialle si snodava su pietraia abbastanza stabile, così che in poco tempo guadagnavamo la vetta. Rimasi colpita nel constatare quanto fosse piccola la punta di questa montagna, strapiombante in ogni direzione dopo un paio di passi. Una semplice croce , dedicata a Vitale Giacoletti, pareva un fiore di metallo cresciuto e sopravvissuto nella roccia.
Essere quassù in una giornata come questa era davvero un privilegio: il Monviso era lì davanti, vicinissimo, dalla sua angolazione a parer mio più bella. L’oceano di nuvole sembrava farlo galleggiare insieme agli altri titani di roccia di cui lui è il Re. Da lontano emergevano dall’immenso e soffice bianco le sagome del Monte Rosa e del Cervino. Il rifugio Giacoletti si trovava esattamente sulla verticale, facendomi realizzare le dimensioni dello strapiombo.
I caldi colori delle montagne sul versante francese sembravano un dipinto realizzato con tutte le possibili sfumature ocra. Veniva voglia di scendere da questa parte e costeggiare il lago Porcieroles per arrivare al rifugio Visò e risalire quindi fino al Buco di Viso e ritornare successivamente a Pian del Re, ma l’itinerario sarebbe diventato troppo lungo in relazione a quanto prospettavano le previsioni meteo per il pomeriggio.
Decidemmo perciò di ridiscendere dalla via di salita. Intanto si era alzato il vento. Nella discesa davo le spalle al vuoto in modo da sfruttare sempre la trazione dei tratti di fune o di catena, cercando l’appoggio per i piedi sulla roccia o sui gradini metallici.
Ritornammo al rifugio poco dopo l’una e pranzammo en plein air con polenta e salsiccia. Il freddo iniziava a farsi sentire, e non indugiammo a scendere a valle. Poco al di sotto del tratto di pietraia sul crocevia per Punta Roma la nebbia ci avvolgeva cancellando tutto come un’enorme gomma pilotata da un altrettanto enorme mano. I miei capelli erano di nuovo bagnati, e la visibilità era davvero poca. Sebbene io conosca questo sentiero molto bene, ero felice che esistessero i segnavia bianchi e rossi.
Nessuno degli splendidi laghi del Monviso era visibile, e la pioggia gelata iniziava a cadere, fortunatamente proprio quando raggiungemmo la macchina.
Più in alto, lassù, i camosci stavano ancora pascolando in un’oasi di sole, incuranti della coperta di nuvole che ricopriva il rumoroso mondo più in basso. Forse stanotte sarebbe caduta un po’ di neve. Domani il rifugio Giacoletti avrebbe chiuso e il Re di Pietra ed i suoi vassalli sarebbero ritornati ad essere i soli custodi del cielo e del silenzio.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati