La ricerca del silenzio è la medicina per salvare noi stessi dalla frenesia di un mondo che sempre di più tende a soffocarci con desideri ed aspettative non nostre.
Abbiamo bisogno di quel silenzio che permette ad ognuno di noi di scoprirsi e connettersi con le cose più vere della vita, di quel silenzio che istante dopo istante fa sì che il presente richiami tutto il corpo strappandolo al sortilegio che lo blocca sempre nel futuro o nel passato. Siamo disabituati a fare silenzio ed a lasciare spazio ad altro, a qualcosa di gratuito e disinteressato come la bellezza prorompente e disarmante della natura.
Ogni volta che entriamo in sintonia con lei, la natura ci dona qualcosa di sé e ci restituisce qualcosa di noi stessi, facendoci ritornare alle origini ed a ciò che viene prima di tutte le futili preoccupazioni che la moderna società inietta in noi come un veleno a lento rilascio. Svuotarsi da ogni zavorra fisica e mentale è la rivoluzione che la natura ci offre in contrasto con l’esortazione-chiave dei nostri tempi: riempire. Riempire il tempo con divertimenti e attività a tutti i costi, riempire lo spazio con oggetti di cui non abbiamo realmente bisogno, riempire il silenzio di vacue parole ingombrando la nostra mente di chiacchiere e finte necessità che ci rendono schiavi dell’approvazione altrui. Accantonare il riempire e imparare l’essenziale per ritrovare sé stessi. Dissolvere le nebbie della superficialità per vedere realmente il bello che ci circonda. Cercare il silenzio per ascoltare il nostro io più profondo. Nella natura, nel bosco, nella montagna… Goethe scrisse che la montagna è una maestra muta per discepoli silenziosi. E più si sale in alto, più si scende dentro sé stessi.
Amo i boschi e amo la montagna. Il bosco dell’Alevè è entrambe le cose e mi arricchisce sempre, in ogni stagione.
Sono gli ultimi giorni di dicembre. L’alba di oggi è stupenda e bacia il Monviso che si illumina stagliandosi fulgido nel cielo rosa.
La neve è ancora poca nonostante la stagione, e persiste soltanto nei prati più in ombra. I versanti più bassi delle montagne sono verde spento, solo le cime sono bianche e neppure così tanto.
Questa volta provo un itinerario meno frequentato rispetto ai soliti e più battuti percorsi nella maestosa ed estesa foresta di pini cembri, che parte poco sotto borgata Alboin puntando su fino alla croce di Ciampagna per poi rientrare ad anello su un sentiero più in quota che nella parte terminale va ad incrociare la nota borgata Pralembert soprana e poi ridiscende al punto d’inizio.
Una palina in ferro con i punti cardinali si staglia verso il Pelvo d’Elva all’attacco del sentiero che taglia dritto un declivio rivestito di erba verde pallido. La luna è ancora alta nel cielo. Giù nella valle il Varaita scorre tortuoso nel suo letto dai fianchi gelati.
La via, a tratti ghiacciata, sale dolcemente, punteggiata da giovani pini cembri verde smeraldo, fino alle grange Cruset, un gruppo di baite disabitate risalenti al 1875. I muri diroccati sono rivestiti di licheni arancioni, e gli architravi di legno nodoso paiono coccodrilli pietrificati che tutelano il luogo ed osservano silenti chi passa da lassù. Il bosco dell’Alevè riveste fittamente i fianchi delle alture tutt’intorno, ed inizia ad abbracciare il sentiero. Il Pelvo maestoso guarda sempre le mie spalle.
Ciclopiche lingue di mastodontici sassi tagliano a tratti i fianchi del bosco, rivelando suggestivi scorci delle Lobbie e di Rocca Jarea. Ogni masso, retaggio di antiche frane, è rivestito da licheni giallastri. La neve biancheggia come cotone fra le grosse rocce.
Questo sentiero è bellissimo: la cembreta è incontaminata, ed il profumo di resina, frammisto a quello di ginepro, è forte. Il pigolio insistente delle cinciallegre emerge a tratti dalle fronde, e il caratteristico richiamo della nocciolaia spezza il silenzio, insieme alle percussioni del picchio sui tronchi. A terra, le centinaia di pigne svuotate sembrano minuscoli alveari scuri. Tante, tantissime impronte di cervi, caprioli e cinghiali attraversano il mio cammino. La presenza di queste creature del bosco si percepisce anche dalle numerose fatte e dal terreno smosso.
Fra gli alberi si apre quindi una suggestiva e vasta radura da cui si dipanano altri sentieri, fra i quali il mio. Procedo fra grossi pini dalla perfetta forma conica fino ad arrivare alla croce di Ciampagna, dalla foggia semplice, di legno, abbracciata dai cembri. Attraverso questa massa di aghi verdi contemplo la valle e i monti più vicini: oltre al Pelvo d’Elva riconosco la punta del Chersogno e parte della sagoma della Marchisa, il monte Nebin, il Birrone, il colle di Sampeyre. Intorno a me c’è uno strato di neve non uniforme che rende l’ambiente ancora più particolare. Il sole è caldo e non c’è vento, è quasi mezzogiorno. Pranzare qui su una pietra in mezzo a questa meraviglia è un privilegio per gli occhi e per l’anima.
Ridiscendo verso il crocevia e inizio a salire nel bosco, ad una quota sopra i duemila metri. In mezzo ai massicci cembri si mescolano grossi e vecchi larici, dalle fronde ormai spoglie rivestite di lanuginosi e verdi licheni. Le cortecce scagliose raccontano storie lunghe di decine di anni, e lungo la via molti giganti verdi giacciono schiantati al suolo, vinti da un fulmine, dal vento o dall’età, simili a sculture di legno o a esseri mitologici addormentati.
La mente è libera di vagare e inventare suggestive favole in questo contesto, mescolandole fra loro così come si intersecano i variegati ambienti che vado a passare.
Fra la perfezione verde dei pini, ogni ceppo ramificato a terra mi pare una rappresentazione dei tolkeniani Ent, i pastori di alberi. La tensione dell’ultima goccia di linfa sembra vivificarsi in un estremo sforzo di rialzarsi e di osservarmi con uno sguardo severo e solenne mentre passo, quasi per ammonirmi al silenzio ed al rispetto di questa vivente cattedrale verde.
La neve intanto aumenta, perché sono più in alto, e il passo si fa più faticoso. E’ più difficile tenere la traccia.
Il percorso prosegue ancora per un bel po’ in salita. Talvolta le impronte dei cervi da lontano sembrano impronte di altre persone. Sempre influenzata da Tolkien, immagino i cervi come eteree creature silvane, quasi elfi, mentre trasfiguro i cinghiali nei troll. Fra la moltitudine di tronchi scuri mi sento osservata da occhi non visti, e spero di scorgere qualche sfuggente sagoma. Nel bosco non si è mai soli.
Comincio ad essere un po’ stanca, la luce è già più bassa. Per fortuna il sentiero inizia a scendere. La presenza dei larici si fa sempre più numerosa. L’ambiente ora cambia: la neve è rivestita quasi interamente da una coltre di aghi color bronzo, i vestiti che circa un mese fa erano color oro e adornavano i rami sottili di questi alberi. Nella radura in mezzo al bosco in cui mi trovo adesso mi pare di essere alla presenza di una congregazione mistica di alti e diritti druidi, i larici, dalle barbe e capelli verdi, i licheni che ne ornano gli spogli rami.
Il tappeto rossiccio ovatta lo scricchiolio dei miei passi e la luce bassa filtra tra le fronde. Questa atmosfera un po’ tetra genera in me un vago senso di inquietudine e accelero il passo.
Raggiungo da lì a poco le Grange Pralambert Soprane e prendo il sentiero che mi riporta alla borgata Alboin, continuando a camminare su un tappeto di aghi rossi. Passo le Grange Sottane quando il sole sta già nascondendosi dietro il Pelvo d’Elva. Da quassù noto che il lago di Castello sembra gelato.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati.