E’ ancora buio quando arrivo a Calcinere questa mattina. La giornata uggiosa e la pioggia della nottata sono le condizioni ideali per andar per boschi a godersi i primi colori autunnali e gli ultimi richiami dei cervi, e insieme all’amico Marco decidiamo di salire sopra Ostana.
Inizia a levarsi il sole. Il Monviso è celato dietro alle nubi basse che si sfumano sulle colline rivestite di alberi, dalle quali il santuario di San Chiaffredo emerge a tratti.
Ci avviciniamo al bosco. Il terriccio umido comincia a rivestirsi delle prime foglie rosse e gialle che cadono dagli alberi, rese umide e molli dalla recente pioggia. In mezzo ad esse emerge contrastante la rifioritura dei crochi rosa. Alcuni tronchi di faggio e maggiociondolo sono chiazzati di morbido muschio verde smeraldo, altri ospitano coriacei e rossastri funghi del legno.
Restiamo in attesa di udire i cervi, protendendo gli orecchi verso il fitto degli alberi, il cuore del loro regno.
Un primo gutturale suono si fa strada fra le fronde, quasi come un roco lamento prolungato. Subito altri si aggiungono, ciascuno con la propria timbrica, generando una suggestiva corale silvestre. Attendiamo ancora prima di muoverci, e dopo un po’ alcune scure e veloci sagome iniziano a fluttuare fra i tronchi più lontani, simili a evanescenti spiriti della selva tanto da sembrare un’illusione della nostra mente.
Ci avventuriamo nel bosco cercando di seguire la direzione dei bramiti più forti, camminando piano e schermandoci con gli alberi per non essere né uditi né visti. Una grande emozione mista a soggezione mi pervade: intuisco che è la consapevolezza di trovarmi in un luogo dove sono solo un’ospite, in un tempio della natura che la mia presenza, seppur discreta, in qualche modo sta violando.
Intanto i richiami si fanno più insistenti e vigorosi. I cervi paiono chiamarsi e rispondersi, i loro suoni sono potenti, gutturali, selvaggi.
Percorriamo le scarpate fra le piante, badando a non calpestare rametti secchi e fermandoci di tanto in tanto per osservare senza disturbare. I colori autunnali che già emergono nell’ancora esteso verde creano sfumature ingannatrici che rendono più difficile l’avvistamento dei cervi.
Ecco ad un tratto fra le file di magri e diritti tronchi poco sopra di noi un magnifico e solitario esemplare. I suoi grandi e scuri palchi si stagliano sulla grigia corteccia dei giovani faggi, così come il fulvo mantello.
Palchi grandi come rami, da vero re del bosco. Qualche fugace attimo ed il maestoso animale sparisce fra gli alberi, risalendo il crinale. L’emozione di questo primo ravvicinato incontro è tale che il mio respiro si fa veloce e rimango letteralmente a bocca aperta.
Altri bramiti provenienti si levano da più in basso. Zigzagando fra i fusti scendiamo anche noi, calpestando il tappeto di foglie morte frammiste a fango che risuona ovattato sotto gli scarponi. Poco distante un gruppetto risale rapidamente fra le frasche. Un altro maschio si distacca attraversando la piccola radura proprio sotto di noi. Grande e possente avanza veloce attraversando gli spazi fra gli alberi, sormontato da un imponente palco.
I bramiti paiono scemare per qualche minuto, ma poi si rinvigoriscono nuovamente, indicandoci la via per continuare i nostri avvistamenti.
Arriviamo in una radura dentro al fitto bosco vicina ad un esile corso d’acqua. Ovunque intorno a noi ci sono tracce di cervo: piccoli mucchi di fatte fresche al suolo, tracce di urina sui tronchi. Il loro odore pungente e selvatico penetra le nostre narici, ma soprattutto i loro bramiti giungono potenti ai nostri orecchi. Siamo nella loro dimora ed essi sono vicinissimi. A giudicare dalle diverse tonalità e caratteristiche dei richiami ci sono almeno cinque maschi. La radura in cui ci troviamo è probabilmente una sorta di arena nella quale essi si contendono la dominanza a testate. L’emozione di trovarsi qui è tanta, e qualcosa sta sicuramente per succedere. Ci muoviamo con circospezione cercando di avvicinarci il più possibile all’epicentro dei richiami, consapevoli di dover mantenere una rispettosa distanza di sicurezza. Ogni tanto il coro di bramiti è potenziato da qualche colpo di corna. Sarebbe bellissimo vedere due cervi fronteggiarsi.
Un grosso esemplare esce allo scoperto e transita fiero attraverso la radura. Il suo mantello è marrone scuro, i folti peli sotto al collo spiccano arruffati e grigiastri. Gli austeri palchi si allargano sul grosso capo. Per un attimo ho l’impressione che il cervo ci abbia guardati, quasi a voler silenziosamente dire che noi qui siamo degli intrusi, prima di mimetizzarsi con i colori della natura e scomparire.
Ci avviciniamo con cautela al punto da cui provengono i bramiti, che intanto non sono mai cessati, provando ad aggirarlo per non allarmare gli animali.
Leggiadri e lesti un maschio ed una femmina balzano fra i maggiociondoli. Prima di sparire, la cerva dal mantello color corteccia di faggio esita un istante e ci osserva con i suoi occhi liquidi mantenendo tese le grandi orecchie. Per un istante brevissimo che sembra però di lunghezza indefinita ella incrocia il nostro sguardo con il suo, la nostra curiosità con la sua. Poi ci lascia lì attoniti, evidenziando ancora una volta come noi umani nel bosco siamo soltanto ospiti.
Sono quasi le undici, è tempo di rientrare sui nostri passi e di lasciare i cervi al loro bramito. Il loro odore persiste nell’aria, e si mescola con gli effluvi di foglie morte, funghi e muschio del bosco. Altre foglie si staccano dai rami silenziose, come silvane stelle cadenti. Probabilmente più in là qualche cervo si sposta altrettanto silenzioso e ci osserva, percependo a sua volta il nostro profumo che alle sue narici appare come un qualcosa di alieno.
I timidi raggi del sole riscaldano il suolo facendo evaporare l’umidità della pioggia, ed una sottile bruma inizia ad avvolgere le parti più basse dei tronchi, rendendo ancor più suggestivo il bosco.
Riconosco che è un vero regalo quello di trovarmi qui in questo momento, ospitata da una natura così potente e splendida ed anche generosa, perché mi ha concesso di incontrare i cervi e di ammirarne la loro fiera libertà di gridare al bosco il loro canto d’amore autunnale.
Più tardi, a Calcinere, il sempre gentile Davide ci accoglie nella sua panetteria dove fra una leccornia ed un buon bicchiere di vino bianco facciamo quattro chiacchiere rievocando questa mattina magica.

Testo di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati