È ancora notte nella conca delle Forciolline, e il cielo nero è popolato da milioni di stelle. La luna piena regala bagliori spettrali all’anfiteatro di montagne ed ai laghi, e il minuscolo e rosso pianeta Marte è incredibilmente vicino al suo disco. Non c’è un alito di vento, e il silenzio è così imponente da sembrare vivo.
È ora di avviarsi. La nostra presenza si insinua nell’assoluta armonia del luogo calpestando sommessamente le pietre, e bucando l’oscurità con una linea di lampadine che si muove sinuosa come un serpente nel buio della notte, seguendo la freccia gialla sull’unica, fra tutte quelle rocce, che reca la scritta “Viso”.
Quella è la via verso il cuore del Re di Pietra. Oltre lo strapiombo sul lago che tutti chiamano “cengia dello stambecco”. Oltre la grotta seminascosta dai grossi massi. Oltre il dedalo di pietre che si muovono sotto i nostri scarponi e che ci fanno salire più su, verso altri puntini luminosi come noi, mentre le prime fioche luci dell’aurora iniziano a tingere un orizzonte che si fa sempre più ampio, seppur avvolto dal severo abbraccio delle montagne ancora nere.
A tratti una brezza fredda fa fischiare i bastoncini, innescando una nenia ancestrale che accompagna lo scalpiccio degli scarponi sull’infinita pietraia. Le stelle osservano dall’alto il nostro treno di lucine che, con ampie volute, continua a salire inseguendo le linee gialle dipinte sui massi. Saliamo e ancora saliamo fino a raggiungere, incastonata nel cuore della grande parete di roccia, una minuscola scatola di metallo verde e gialla.
Ci fermiamo e aspettiamo la nascita del nuovo giorno. Spegniamo le pile ed in silenzio osserviamo il cielo verso Est. L’arrivo del sole è annunciato da una striscia rosa che repentina sfuma in arancione e poi in giallo, mentre il resto del cielo vira in tutte le tonalità dell’indaco e del violetto. Le montagne, ancora spente, da nere sono diventate adesso color mattone scuro. Le montagne sono in realtà una sola: siamo nel grembo del massiccio del Monviso, e la sua grande parete Sud è proprio dietro di noi e ci sta chiamando. L’arrivo del sole che si leva repentino dalla linea dell’orizzonte è il suo segnale per farci riprendere il cammino, innalzandoci attraverso altre pietre e poi altre ancora fino ad un nevaio, retaggio di un antico e più vasto ghiacciaio. Poco alla volta le rocce iniziano a colorarsi di rosa e poi di giallo ocra, stagliandosi su di un cielo ormai azzurro e terso come solo sanno essere i cieli delle terre alte.
La parete è talmente vasta da qui vicino che è impossibile coglierla tutta con lo sguardo. Bisogna viverla con rispetto e parlarle con il cuore, sperando che ci conceda una buona salita.
I colori dei nostri caschi e delle nostre giacche punteggiano vivaci la nuda roccia uniformemente arancione. Nella vastità della parete sembriamo piccole formiche variopinte che si impegnano a salire più su, alla ricerca dell’assoluta armonia generata dalla quiete degli spazi infiniti dove i confini si intersecano e si confondono, facendoci sentire parte del Tutto.
Siamo sulla via di cresta. La roccia è ruvida e solida, piena di fessure e di appigli. Con la giusta lentezza, prestando attenzione ad ogni dettaglio e seguendo fedelmente i consigli dei più esperti, ecco che mi scopro superare paretine verticali e tratti esposti. L’impegno fisico e quello mentale sono grandi, mi impongo di non pensare al vuoto che mi circonda e di concentrarmi sulla via che ho davanti, un passo dopo l’altro. Come un mantra ripeto a me stessa che il gatto non cade perché non ha paura di cadere. Mi sono allenata tanto per essere qui oggi, e la fiducia in me stessa aumenta mano a mano che vado più su. Al pari di ognuno, in quel momento sono sola con i miei pensieri, le mie braccia, le mie gambe e le mie forze, ma so anche che il gruppo è insieme a me e non mi abbandonerà.
Ciascuno di noi è sospinto dalle proprie motivazioni a raggiungere la vetta, e l’energia che scaturisce dal singolo sostiene il gruppo che si muove verso l’alto come un’unica persona. Tutti insieme, non si lascia indietro nessuno. Nella tremenda e pura bellezza della pietra declinata in guglie e pinnacoli a strapiombo su un panorama avvolto dal silenzio, non c’è altro spazio se non per l’essenziale e l’autentico. Condivisione, solidarietà, capacità di stupirsi quassù emergono incredibilmente potenti e senza inutili orpelli. È la magia della montagna. È il carisma del Re di Pietra.
La rossa mole del Dado è alla nostra sinistra, ed è così vicino che posso contarne gli strati di roccia verticale e scorgere la sua croce di vetta. Sopra di lui, la luna ci osserva. Il fiato si fa pesante per la quota, ma è compensato dalla voglia di arrivare in cima e dalla grandiosità dei panorami che si fanno sempre più estesi alle nostre spalle. Le nere e frastagliate Lobbie, Punta Dante e Punta Michelis sono decisamente più in basso. Mi ricordo quando dalle loro cime osservavo rapita questa grande parete che ora sto salendo. Sotto il Dado, ecco Punta Fiume che custodisce il poco noto ghiacciaio del Quarnero, del quale avevo sentito parlare senza sapere esattamente dove si trovasse. E poi i tanti dettagli del Monviso, apprezzabili solo da qui: tanti pinnacoli dalle forme caratteristiche, che sfidano le leggi della fisica con i loro incastri di rocce precari, salti verticali di roccia nera dai riflessi rossastri, arditi canaloni.
La neve scesa appena una settimana fa non ha lasciato tracce. La roccia è asciutta e la salita è più sicura. Siamo già molto in alto e ad un tratto raggiungiamo gli ultimi camini del Monviso, noti come Fornelli. Di roccia nerastra e frastagliata, sembrano lastre conficcate a forza sulla parete. Alle nostre spalle compaiono il lago dell’Alpetto, il rifugio Quintino Sella ed il lago Grande di Viso. Percorro questo assai ripido tratto con attenzione, la zona è in ombra e potrebbe esserci del ghiaccio.
Sento qualcuno gridare che siamo quasi arrivati al gendarme, poco sopra di noi. Da qui questo singolare pinnacolo detto Testa d’Aquila sembra insignificante, ma quando gli passiamo accanto per attraversare un canalone, esso torreggia verticale per metri e metri come una sfinge silenziosa che da tempo immemore osserva le vicende effimere degli umani.
Qui la nostra via si unisce con quella che proviene dalla parete Est. L’emozione sale ed il cuore è in gola: mancano davvero pochi passi per raggiungere la vetta!
Salgo gli ultimi risalti e poi vedo la grande croce. Non mi trattengo più e piango dalla gioia. Mentre le lacrime scorrono la raggiungo e la abbraccio. Sono arrivata in punta al Monviso! Non riesco a crederci, ma sono sul tetto del mio mondo, la provincia di Cuneo, e ora guardo questo mondo che sfila piccolo sotto ai miei occhi e mi stupisco di quanto sia bello anche da quassù, ma anche strano senza la vista sul Re di Pietra. Chi è del saluzzese cerca sempre il Monviso con lo sguardo, sia dalla pianura che in ciascuna escursione nelle valli intorno ad esso, perché è lo sfondo rassicurante della vita di tutti i giorni. La sua mole severa e silenziosa tiene a suo modo compagnia, quando la punta è popolata da nuvole ci si interroga se il giorno successivo pioverà oppure no, quando arriva la prima neve si gioisce vedendo che il Re è diventato bianco…
E per chi come me si è dovuto trasferire un po’ più lontano, è una gioia vedere il Monviso diventare più grande man mano che, percorrendo la strada, i chilometri si riducono, perché vuol dire che si sta tornando a casa.
Mi godo il momento di essere arrivata a quota 3841 e osservo il grandioso panorama che si offre ai miei occhi. Verso la pianura, il lago dell’Alpetto ed il suo rio brillano controluce. Più a ridosso della parete Est si scorge gran parte del lago Grande di Viso. Poi Punta Barraco, Punta Michelis, Punta Dante, il Passo di San Chiaffredo, le Lobbie, le Ale Lunghe, Rocca Jarea… Più lontano lo sguardo spazia su file e file di catene di montagne delle nostre bellissime Alpi. Verso destra si riconoscono il gruppo del Pelvo d’Elva, Rocca la Marchisa, il Chersogno ed altre vette sullo spartiacque Varaita-Maira. Poi gli alti Mongioia e Salza, il Pietralunga e le sagome del Brec de Chambeyron e dell’Aiguille.
Verso sinistra ecco Pian del Re, il lago Fiorenza, i laghi Lausetto e Superiore, di un azzurro vivo e profondo. Si intuisce la posizione del Rifugio Giacoletti. Più lontano all’orizzonte si nota molto bene il Monte Bianco. Sporgendosi un po’ si vede il Visolotto e tutta la catena del Monviso. Queste montagne dai profili arditi da quassù appaiono basse e schiacciate. Impossibile vedere le Cadreghe di Viso senza sporgersi pericolosamente, cosa che evito di fare. All’altezza di Punta Roma la catena divide l’Italia dalla Francia: si scorgono il corso del Guil, i laghi Lestio e Porcieroles ed il Réfuge du Viso. Guardando verso il confine si riconoscono chiaramente il Pic d’Asti, il Pan di Zucchero e più da vicino la Losetta. Alle mie spalle la seconda vetta del Monviso, leggermente più bassa: Punta Nizza. Volgendosi ancora verso destra ecco il Dado, Punta Fiume con il ghiacciaio del Quarnero e Punta Ajaccio.
Non c’è vento, la temperatura è gradevole ed oltre a noi, che siamo in tredici, c’è un viavai di altre persone sulla cima.
Lascio un ricordo sotto il basamento della grande croce, protetto dalle due grandi effigi di Gesù e della Vergine Maria, chiudo gli occhi e mi assaporo ancora un po’ la gioia di essere quassù, fra terra e cielo.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati

Note tecniche dell’autrice: la via storica di salita sul Monviso (via Normale dalla Valle Varaita) non è da sottovalutare. Dall’abitato di Castello di Pontechianale, ci vogliono quattro ore di cammino per raggiungere la conca dei laghi delle Forciolline, durante tre delle quali si deve risalire l’aspra gola delle Forciolline, lunga e ripida, sempre su grandi massi ed in parte attrezzata con catene, poiché le pietre bagnate dal rio spesso sono scivolose. Muoversi su pietraia richiede estrema attenzione ed è snervante, e la fatica aumenta esponenzialmente con uno zaino pesante sulle spalle attrezzato per bivaccare. Giunti ai laghi, per arrivare all’attacco della via Normale ci sono oltre due ore di marcia, di notte, sempre in salita e sempre su pietraia, oltre ad un tratto sul nevaio, non sempre aggirabile, che può richiedere l’utilizzo dei ramponi. Per arrivare in vetta si devono considerare più di due ore di arrampicata, con passaggi spesso esposti ed il rischio di caduta pietre, generalmente da parte di chi cammina più in alto e non presta particolare attenzione a chi sta sotto. Soprattutto è importante ricordare che dopo la salita c’è sempre la discesa che, su terreni come questi, richiede estrema attenzione e mette a dura prova le gambe e la testa. Personalmente l’ho trovata più sfiancante della salita, in un paio di tratti della parete mi sono calata per sicurezza con la corda, con due compagni che mi facevano sicurezza (sulla via Normale non ci sono tratti o punti di sosta attrezzati). In particolare, una volta raggiunto il bivacco Andreotti (la scatola metallica verde e gialla descritta nel racconto), l’adrenalina che si ha per salire e scendere il Monviso tende a svanire, lasciando il posto all’idea e alla realtà di farsi ancora sei ore di discesa fino a Castello su terreni impervi, pietrosi e ripidi. La stanchezza unita al calo di tensione può giocare brutti scherzi, ti inchioda le gambe e solo con la forza di volontà è comunque dura scendere, e diventa molto facile farsi male. Io stessa ero assai provata nella discesa dalla gola delle Forciolline, e senza l’aiuto e la pazienza dei miei compagni non ce l’avrei fatta a tornare in sicurezza alla macchina. Non è un’idea sbagliata il fatto di pensare di prendersi tre giorni per salire sul Monviso da questo versante, bivaccando anche prima di ridiscendere a Castello. La sicurezza deve sempre venire innanzi a tutto.