Il lago di Castello era azzurro sabato pomeriggio, ma di quell’azzurro opaco dovuto al ghiaccio che trattiene con sé parte del colore del cielo impedendogli di sprofondare nell’acqua per mescolarsi con essa.
La croce della chiesa del borgo ed un larice solitario brillavano isolati su quello sfondo, catturando i raggi di luce dell’ultima parte del giorno. In pochi minuti si sarebbero spenti, annullando la magia dell’istante che in modo fortuito incrociava gli occhi di chi si trovava a passare di là proprio in quel momento per ammirarla.
Il sentiero saliva deciso, stretto e tortuoso, facendo a gara con le radici dei vecchi alberi per non venire sopraffatto. Una competizione persa in partenza, ma perpetuata dal continuo intervento dell’uomo per mantenere viva la traccia di sé in quella natura forte e dominante, aprendosi una breccia per entrare nel grande bosco ed illudersi di poter far parte di esso anche solo per un giorno.
La foresta di pini avvolgeva come un’immensa coperta a maglia fitta i fianchi delle montagne impervie che riuscivano ad emergere dal verde profondo soltanto con le loro vette scoscese e severe.
I cinque amici stavano percorrendo una delle vie di accesso a questo reame silvano, sul far della sera. I loro passi scricchiolavano sul terreno duro e a tratti ancora ricoperto da una neve sporca di terra e in alcuni punti gelata. Gli aghi dei larici, ormai compattati al suolo e resi bruni dalla neve e dal freddo dell’inverno, potevano ancora accendersi con la luce radente dell’ultimo sole che si faceva strada fra i grossi ed alti alberi secolari che contorti dimoravano qui. Lo sgraziato richiamo delle nocciolaie in volo bucava il silenzio.
Gli odori del bosco si percepivano appena: non pioveva da troppo tempo, e mancava l’umidità ad esaltare le fragranze di resina e di muschio.
Conoscevano bene quel sentiero, ciascuno di loro lo aveva percorso più volte negli anni, in ogni stagione, talvolta volutamente anche sotto la pioggia battente. Quella sera però era particolare: erano tutti insieme e avrebbero dormito nel cuore del bosco per poi avventurarsi, di buon mattino, nel selvaggio vallone dei Duc, fino alla base dell’ impervia cima delle Lobbie.
La traccia continuava a salire decisa: in una lunghezza relativamente breve doveva guadagnare un buon dislivello per arrivare alla loro prima meta. Ma prima doveva ancora superare la regione dei larici per arrivare nel territorio dei sempreverdi pini cembri, il popolo principe del bosco dell’Alevè.
Intanto il caratteristico profilo del Pelvo d’Elva li osservava salire dalla prima, minuscola radura nei pressi di una solitaria grangia diroccata. Una caratteristica cornice di tronchi di legno realizzata da qualcuno anni prima lo inscriveva perfettamente, creando un quadro dello stesso soggetto ogni giorno mai uguale a se stesso.
Erano ormai arrivati al crocevia dal quale si dipanavano le svariate tracce per addentrarsi nelle parti più alte del bosco da questo versante. Erano letteralmente circondati dai pini cembri. Ovunque era verde smeraldo. Solo una parete scoscesa costellata da grossi massi bucava la trama impenetrabile della foresta. Più in alto un pianoro ancora ricoperto di neve quasi stonava con il suo bianco in mezzo a quel verde. Al di sopra di tutto, il cielo era blu senza una nuvola.
I cinque erano felici di trovarsi lì, e non riuscivano a smettere di osservare la moltitudine di alberi monocolore che dominava su ogni cosa. Un’altra cornice fatta di tronchi, questa volta di forma triangolare, sembrava messa lì apposta per inquadrare nuovamente il Pelvo oppure, dalla parte opposta, lo sperone di roccia che sovrastava la coltre di bosco.
Un’ampia curva in falsopiano, ricoperta da uno strato di neve più spesso, li indirizzava verso l’ultimo tratto di traccia prima di arrivare a destinazione. In breve i cinque si trovavano nuovamente dentro al fitto del bosco, in mezzo ad alberi vecchi, dalla corteccia spessa che rivestiva a blocchi i tronchi nodosi. Lunghi ed esili licheni detti “barba di frate” pendevano dai rami. A terra, sopra la neve, tante grosse pigne ancora chiuse e piene di resina e pinoli. Qua e là, ceppi resi quasi grigi dagli anni e dalle intemperie sembravano gli antichi abitanti della foresta pietrificati nell’ultima azione della loro vita.
Ed ecco il rifugio in legno e pietra apparire sulla loro sinistra uscendo dal bosco in un’ampia radura. Il loro arrivo venne annunciato dall’abbaiare di un cane. Appoggiata alla balaustra, la famigliola che viveva lì li aspettava per accoglierli. Lui, alto e con una folta barba biondastra ormai tendente al grigio, sorrideva loro con gli occhi azzurri come il cielo. Il suo fisico asciutto ma forte, le mani grandi e callose, la pelle colorata dal sole dicevano che la sua vita era fatta di cose essenziali, senza fronzoli e tanto lavoro manuale, tanti chilometri percorsi a piedi per quel sentiero trasportando cibo, materiali e quanto necessario per vivere e per ospitare. Lei, altrettanto snella e semplice, occhi castani e capelli corti su un viso pulito, sorrideva schietta ai nuovi arrivati. La bimba, uguale alla mamma, osservava silenziosa e timida con i suoi occhi grandi, prima di tornare ai propri giochi su uno dei tavoli di legno all’aperto, seguita dal fedele cane.
La serenità di chi aveva scelto di vivere nella natura, consapevole di rinunciare a cose ritenute ormai fondamentali dai più e con il coraggio di affrontare situazioni rese più complesse dalla posizione della propria dimora, si leggeva nei loro occhi, si intuiva dal loro modo di guardarsi e da come sorridevano e scherzavano, fra loro e con i cinque ospiti. Pura vita, nella bellezza della sua semplicità, fra lo scorrere lento del tempo, scandito dagli orari del sole e dalle stagioni in un ambiente che chiede tanto ma che regala ancor di più.
I cinque amici si guardavano intorno. Il piccolo lago di fronte al rifugio emergeva a tratti dalla neve, brillando come un nastro d’argento sotto i raggi del sole al tramonto.
Le Ale Lunghe facevano capolino oltre le pendici boscose mostrando il loro caratteristico profilo a denti acuminati, resi rossi dall’ultima luce del giorno. Il gruppo, affascinato da tutto questo, decise di prendere le pile frontali e di provare a raggiungere il lago Sec, più in basso, lasciando al rifugio gli zaini, le ciaspole e i ramponi. Ma la luce stava scomparendo rapidamente dietro le alture che circondavano la radura, e la neve, ancora abbastanza alta, non reggeva più il peso di chi provava a camminare senza racchette, facendolo sprofondare con una gamba fino ad oltre il ginocchio.
Il gruppo decise quindi di rientrare e di prepararsi il posto per la notte prima di cenare.
Il camino era già acceso e la legna scoppiettava allegra dietro al vetro, consumandosi in vivaci fiamme arancioni. La bimba stava apparecchiando con grande cura la tavolata, disponendo dapprima i tovaglioli, poi coltelli e forchette e quindi bicchieri e posate.
Indossava un grembiule verde e bianco con ricamato il suo nome, di foggia simile a quello dei suoi genitori. Su quello del padre era ricamata la frase: “In cucina tutto si fa con amore”.
Al piano di sopra ogni cosa profumava di legno. I letti a castello delle due camerate erano corredati di trapunte di diverso colore, conferendo all’ambiente quella ventata di allegria che accoglie sempre quando si entra nelle stanze dei bambini. La camerata dei cinque amici era da quattro posti, ma l’uomo aveva provveduto a mettere a terra un materasso per farli dormire tutti insieme, come essi desideravano fare.
Oltre a loro era atteso nell’altro stanzone un gruppo più numeroso che però tardava ad arrivare. La fame cominciava a farsi sentire e veniva tenuta a bada dalla speranza che queste altre persone fossero prossime all’arrivo. Intanto il buio aveva già avvolto tutto quanto nel suo nero mantello. Da lì a poco si sarebbero potute ammirare le stelle in quella che era una notte di luna nuova.
Finalmente l’abbaiare del cane annunciò l’arrivo degli altri ospiti. Erano le otto passate. Entrarono circa una dozzina di persone, tra i venti e i trent’anni, e subito scaricarono dagli zaini altrettante bottiglie di vino. Una comitiva allegra e rumorosa, senza programmi di escursioni per il giorno successivo, a parte per uno o due di loro.
Ora si poteva iniziare a cenare. Tutto, dagli antipasti al dolce, ed anche il pane, era cucinato dalla coppia. Addirittura il cinghiale cotto tutto il giorno sulla stufa era stato cacciato e macellato dall’uomo. L’atmosfera era distesa, i pensieri e soprattutto le parole fluivano leggere attraverso il vino e ben presto arrivò l’ora di dormire.
La sensazione di freddo iniziale appena dentro al sacco lenzuolo lasciava in breve tempo il posto al tepore fornito dalla spessa trapunta. Il resto del caldo era fornito dalla promiscuità dei respiri e del calore umano compressi in due letti a castello e un materasso nella piccola camera. I vestiti umidi del giorno di tutti e cinque erano accumulati sull’unico radiatore ormai spento. A terra, un tappeto di zaini.
Il mattino arrivò presto. Alle sette il sole già rischiarava la radura, sebbene ad occhio e croce ci volessero ancora un paio d’ore prima che si alzasse a sufficienza per iniziare ad illuminare e scaldare un po’. Era ora di svegliarsi e di prepararsi: alle otto dovevano mettersi in cammino.
Fuori l’aria era fresca. La roccia del Pelvo d’Elva era rosata e violetta per le prime luci del giorno. I cembri che popolavano la radura ostentavano solenni le loro chiome verde intenso. In lontananza, le Ale Lunghe erano ancora scure in attesa del sole che le avrebbe illuminate fino al tramonto.
La colazione era abbondante e i cinque amici mangiarono di gusto. Caricarono con il minimo indispensabile gli zaini, agganciando ciaspole e ramponi, lasciando il resto nel rifugio. La donna fornì loro due panini a testa per la giornata.
E così partirono per risalire il vallone dei Duc.
Il cielo era azzurro, striato da innocue nuvole sottili. La giornata si annunciava piena di sole. Attraversarono il lago sul piccolo ponte di assi di legno traballanti e salirono decisi su un ripido sentiero stretto ed irregolare. Qui la neve era alta ma abbastanza dura, e comunque non era possibile utilizzare le racchette su quel tracciato, o almeno non ancora.
Il percorso regalava scorci magnifici sul Pelvo, ora in mezzo ai pini, ora da una radura innevata e disseminata di massi. A tratti le gambe affondavano nella neve.
Più salivano, più il bosco iniziava a diradarsi.
All’improvviso, sulla loro destra si ergeva in tutta la sua ripidità la propaggine meridionale del colletto delle Lobbie. Il sole era ancora basso, e la parete rivestita di neve evidenziava parecchie recenti scariche di pietre, nere come i cembri a quell’ora del mattino. Il loro sentiero sembrava dividere il mondo a metà: i colori stavano a sinistra, dove il cielo era azzurro e i pini verdi. A destra, invece, tutto era in bianco e nero. Con una sensazione di stupore mista ad inquietudine stavano per entrare nel vivo vallone dei Duc.
Arrivarono da lì a poco nel punto più stretto: alla loro destra la bastionata del colletto delle Lobbie, a sinistra la rossastra mole rocciosa di Rocca Jarea. Di fronte a loro una lunga e ripida salita nella neve disseminata di grossi massi erratici. Decisero che era più prudente indossare i ramponi, e procedere restando distanti il più possibile dai massi, per evitare di ritrovarsi una gamba intrappolata nella neve, più cedevole vicino alla pietra.
Con fatica e a piccoli passi salivano, affondando i coltelli dei ramponi per fare presa. Dietro di loro un Pelvo ed un cielo azzurro da cartolina li osservavano silenziosi. Stormi di corvi neri volteggiavano sulle alture del colletto delle Lobbie.
Nonostante la prudenza, ogni tanto qualcuno di loro affondava con una gamba nel manto bianco, ed occorreva l’aiuto degli altri per tirarsi fuori. Finalmente arrivarono in una zona più aperta e sostituirono i ramponi con le ciaspole. Qui la neve era a tratti farinosa. Risalirono un breve traverso e piegarono verso sinistra, puntando ad una radura di fronte al detritico passo del Ranco, la sella che separa Rocca Jarea dalle Ale Lunghe.
E proprio in questo anfiteatro lo videro, alto e imponente, simile a un antico tridente che sfida il cielo decidendo di lottare contro le saette in una notte di tempesta, perdendo per sempre le proprie chiome sempreverdi e la propria linfa vitale. Quello che un tempo fu un maestoso e solitario pino cembro, nato per volere di una nocciolaia distratta in una radura di fronte a montagne dai profili severi, ora era un monumento di legno nodoso e rossiccio che protendeva i suoi tre grossi rami verso il cielo, quasi come a voler dare un monito ai passanti. Completamente privo di corteccia, era rugoso e coriaceo come la pelle di un vecchio saggio, e pieno di nodi. Nel corso degli anni non era mai marcito, anzi era quasi mummificato, e osservandolo si poteva percepire il suo antico vigore, ora sostituito da un’aura di solennità che ispirava rispetto in chi lo osservava.
Il grande albero era il totem del vallone dei Duc, il simbolo che racchiudeva in sé lo spirito del bosco dell’Alevè. Girargli intorno, accarezzarlo, arrampicarsi in mezzo a quelli che erano i suoi rami era come entrare a far parte di lui, e quindi della foresta.
I cinque restarono lì per un po’. Scattarono delle foto, tutti abbracciati allo scheletro del cembro. Intanto si era levato un vento fresco mentre il sole iniziava a scaldare. Il cielo, di un azzurro profondo, metteva in risalto il rosso del vecchio legno, in armonia con le sfumature delle montagne sullo sfondo. Le frastagliature delle Ale Lunghe sembravano mordere quel blu per serrarlo in una connessione infinita con la terra.
Ripresero a salire puntando verso le Ale Lunghe. Il tormentato e massiccio profilo delle Lobbie iniziava a farsi vedere dalla parte opposta. La salita nella copiosa quantità di neve era molto lunga e ripida, resa più faticosa dal sole che si specchiava nel bianco tutt’intorno.
Da lì in avanti gli alberi si potevano osservare dall’alto e sembravano lontanissimi. Una serie di salite continue, pestando neve e in mezzo alle montagne, li avvicinava sempre di più alla meta.
Dall’alto occhi attenti e curiosi li stavano osservando. Occhi di chi qualche ora prima aveva lasciato le sue impronte nella neve e che adesso, ben protetto dalle rocce in cresta, guardava i cinque amici arrancare sulle aspre e continue salite.
Un camoscio si stava muovendo fra i blocchi di pietra in vetta alle Ale Lunghe. Camminava con la sciolta circospezione di un funambolo e intanto girava il capo verso di loro. Poco più a destra, una coppia di stambecchi stava accovacciata e li osservava comodamente.
I cinque si accorsero di non essere soli quando videro chiaramente le impronte di zoccoli sulla neve, quindi iniziarono a perlustrare con lo sguardo tutta la linea di cresta finché non gli individuarono.
Decisero di sostare lì per il pranzo, su un lastrone di pietra in faccia alle Lobbie, ormai vicinissime, e di fianco alle Ale Lunghe. Erano prossimi al passo dei Duc, dal quale li separava l’ultima, ardua e lunga salita. Il vento si era alzato ed i canaloni innevati nei pressi della loro meta erano rigati di recentissimi detriti neri come la pietra della montagna dalla quale si erano staccati. Sulla destra ed alle loro spalle, una corona di montagne si stagliava nitida sul cielo azzurro, fino a perdita d’occhio.
Era bello essere lì, in quella pace ed in quella neve, circondati da un panorama invidiabile, e soprattutto era bello condividerlo e viverlo insieme. I cinque amici non andarono oltre, ma restarono in quel luogo ancora un po’, per non interrompere la magia di quel momento.
Quando giunse l’ora di tornare indietro, si resero conto di quanto erano stati tenaci nell’affrontare quelle salite che ora erano diventate tante ripide discese che, con le ciaspole, i cinque scendevano quasi scivolando come se fossero stati sugli sci.
Aggirarono la zona più stretta del vallone e disseminata di pietroni per evitare di sprofondare nella neve, non potendola percorrere con le racchette.
In meno di due ore erano arrivati nuovamente al rifugio. Il sole era caldo e la temperatura primaverile.
Si fermarono a riposare sulle panche e a bere qualcosa.
Era piacevole prendere un po’ di sole e rilassarsi, facendo un brindisi ai bei momenti trascorsi insieme, prima di scendere a valle, con gli zaini carichi di tutte le loro cose, non prima di aver salutato e ringraziato la famiglia che li aveva ospitati.
La stanchezza dei due giorni faceva sembrare eterna la discesa verso valle. Per sicurezza sul sentiero misto a neve indossavano i ramponcini. Man mano che avanzavano, il peso degli zaini si faceva sentire sempre di più, ma nonostante questo, gli occhi desideravano ancora cogliere nuovi segni della bellezza che non avevano notato sulla via dell’andata.
E così videro che sul sentiero c’erano tanti fiori rosa.

Testo e immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati