Ci sono dei luoghi nelle nostre valli che hanno qualcosa di magico ed inevitabilmente magnetico. Difficili da raggiungere, se non dopo ore di cammino e oltre mille metri di dislivello, dapprima nei boschi e poi su nude pietre, sempre continuando a salire.
Questi remoti anfiteatri di roccia punteggiati qua e là da alberi solitari e specchi d’acqua calamitano chi li cerca con il loro silenzio solcato dal vento, la loro immobilità millenaria ed austera, la loro asprezza di regno di pietra dove i soli stambecchi possono muoversi con disinvoltura, mentre tutti gli altri sono soltanto ospiti osservati con il distacco di chi ha solcato lustri, secoli, millenni, ed a volte si fanno sentire con il cupo rombo di massi che si staccano e rotolano giù per sfasciumi echeggiando e sollevando polvere.
E’ la forza degli Elementi, che incute timore ma nello stesso tempo attrae, perché sa metterci a nudo con noi stessi e con le nostre forze, liberandoci da tutto il superfluo e lasciando solo l’essenziale, così da diventare un tutt’uno con la natura e sentire la sua energia fluire dentro di noi.
Trasversalmente all’itinerario lungo il torrente Vallanta, in alta valle Varaita, esistono dei valloni secondari assai suggestivi, ciascuno con delle peculiarità che li rende unici. Frequentati, ma non troppo e non da tutti, e solo in limitati periodi dell’anno, essi sono la cornice ideale per lasciarsi catalizzare dall’assoluto potere della montagna. Queste traversate, fra loro associate così da formare un percorso ad anello, mi affascinano al pari della salita su una vetta, seppur in modo differente. Viverle è un po’ come avventurarsi verso terre ignote, è una piccola Odissea introspettiva alla scoperta di paesaggi nuovi e inconsueti che, alla fine, mi entrano dentro e diventano parte di me.
Il ricordo di uno di questi cammini è ancora vivido, e presto lo ripeterò perché è davvero bello.
Approfittando di un autunno incredibilmente sereno e asciutto, partii dal lago di Castello raggiungendo dapprima il vallone delle Giargiatte ed il bivacco Bertoglio e discendendo successivamente nel vallone dei Duc attraverso il passo della Calatà, per ritornare infine al punto di partenza transitando nel cuore del bosco dell’Alevè.
Iniziai a camminare all’alba, con una piccola falce di luna che rischiarava debolmente il cielo. Il suono argentino del torrente Vallanta alla mia destra si mescolava a quello del mio respiro sul lungo tratto in salita. La luce del nuovo giorno aumentava man mano che io salivo questo primo tratto comune a quello del giro del Monviso. Mi ricordo la livrea gialla accesa dei larici, il rosso infuocato delle piantine dei mirtilli e l’azzurro purissimo del cielo. Ad un certo punto, all’altezza delle grange Gheit, svoltai a destra per il passo di San Chiaffredo, iniziando a salire nel bosco, subito folto, di cembri e larici con i loro colori in contrasto. Procedevo cercando di fare poco rumore, nella speranza di incontrare un cervo.
Arrivai dapprima nella vasta radura del Pian Meyer, popolata di alberi grandi e magnifici, quindi al Gias Fons. Il cielo era terso, e da lontano si vedeva ancora nitidamente il lago di Castello con la sua diga, e la grossa piramide del Pelvo d’Elva.
Lastroni di pietra levigata sembravano rivestire il suolo. Grandi massi erratici si ergevano quasi a fronteggiare il grandioso scenario roccioso che mi circondava. Alla mia sinistra, le Rocce Meano ed il Torrione delle Forciolline mi separavano dal vallone omonimo. A destra, la mole di Rocca Jarea e l’incombente Costa Ale Lunghe mi dividevano dal vallone dei Duc, la mia meta sull’itinerario del ritorno. Mi colpì molto questo repentino cambiamento di panorama, appena uscita dal bosco. Ed in particolare mi sorprese il notare alcuni isolati pini cembri crescere su pareti impervie. Probabilmente la nocciolaia, uccello-simbolo del bosco dell’Alevè, si era dimenticata di recuperare qualche pinolo che aveva nascosto quassù.
Le pietre dominavano ora su tutto, ed il sentiero continuava a salire tortuoso. Mi addentrai dunque sulla pietraia. Il silenzio regnava in modo quasi inquietante, rotto soltanto dal sibilare del vento attraverso qualche insenatura rocciosa e tra i fori delle mie bacchette da trekking. All’improvviso, questa strana melodia fu rotta da un sinistro boato proveniente dal passo del Ranco, dalla parte opposta al mio sentiero: una grossa pietra stava rotolando più sotto, smuovendo detriti e spegnendo poco dopo la sua corsa in un sordo tonfo. Trattenni il fiato per qualche secondo, spaventata da quanto siamo impotenti di fronte a una seppur piccola manifestazione di forza della natura, poi proseguii ritrovandomi poco dopo all’imbocco del vallone delle Giargiatte. Il lago Bertin era subito lì di fronte a me, con il suo specchio d’acqua limpido che rifletteva le sagome delle montagne che lo custodivano. Il sentiero per il bivacco Bertoglio si inerpicava poco più avanti. Ancora una salita ripida mi aspettava per arrivare fin sul poggio dove la minuscola costruzione rossa e gialla si affacciava su questo singolare vallone. Il sentiero che lo attraversava per giungere sino al passo di San Chiaffredo era ben visibile da quassù, una linea bianca che sinuosa si snodava dal lago Bertin al lago Lungo passando in mezzo a miriadi di lastre di pietra grandi e piccole piantate verticalmente nel terreno, chiamate “giargiatte”. Questo scenario mi lasciò, ancora una volta, a bocca aperta. Non è chiaro come queste rocce si trovino conficcate lì, tutte insieme, e così tante. Mi piace immaginare che, in una lontana notte di San Lorenzo, siano piovute qui per caso al posto delle stelle cadenti, e che ogni viandante che si trova a passare in questi luoghi possa esprimere un desiderio osservandone una, scelta per il colore o per la forma.
C’era molto vento. Il cielo era azzurro e sgombro. Di fronte a me Punta Trento. Alle mie spalle il lago di Castello. Alla sinistra il lago del Prete, visibile solo da questo poggio, in cui si riflettevano le Rocce Meano e, più in là, Punta Dante ed il passo Fiorio-Ratti. Mangiai, quindi scesi per attraversare le Giargiatte. Le singolari striature delle rocce risaltavano sotto i raggi del sole. Le montagne ai lati apparivano ora rosse, ora scure, per brillare ove i quarzi e le miche abbondano. Questo è il fascino delle pietre: l’essere immutabili ma cangianti nello stesso istante, grazie alle pennellate che solo la luce a queste quote ed in giornate così può dare.
Per vedere il Re di Pietra dovetti fare ancora un po’ di strada. Superai il lago Lungo da dove si dominavano tutte le Giargiatte, quindi giunsi al Passo di San Chiaffredo ed iniziai a salire sull’altopiano della Calatà. Il sentiero era molto difficile in quanto parecchio esposto, soprattutto nella prima metà del percorso. Giunta in questa zona detritica mi trovai sullo spartiacque con la Valle Po e riconobbi chiaramente il sentiero in cresta che porta al Passo Gallarino ed il lago omonimo. Ma soprattutto vidi il Re ed il suo Dado in tutta la loro maestosità, separati da me solo dalle propaggini di Punta Dante e Punta Michelis. La Via Normale era ben distinguibile sulla parete Sud, priva di neve per il clima incredibilmente secco di quelle settimane.
Sul lato opposto troneggiava la tormentata sagoma della Cima delle Lobbie. Oltre, sulla linea di orizzonte, la catena delle Alpi Marittime e Cozie ritagliava il cielo con il suo profilo. Un corvo solitario volteggiava intorno al grosso ometto che contrassegnava il luogo in cui mi trovavo, a quota 2940 metri. Pochi passi e avrei potuto salire sulla vicina Punta Malta, ma rinunciai per via del tempo a disposizione: la discesa per ritornare a Castello era ancora molto lunga.
Scendere nel Vallone dei Duc significava destreggiarsi quasi ad intuito lungo una ripida ed aspra pietraia fin quasi a sfiorare il Passo Sud dei Duc, situato in prossimità della base della Cima delle Lobbie. In questo ambiente formidabile ma ostile vidi che fra le pietre resistevano dei minuscoli fiori biancastri. Posti lì per volontà divina o per fortuito caso affinché qualcuno potesse contemplarli quali testimoni del limite, della frontiera, della vita portata coraggiosamente là dove nessuno osa.
La labile traccia del sentiero da lì in poi, e le scarse indicazioni facevano intuire che qui si avventurano pochi escursionisti. Compiuto il valico, mi trovai dall’altra parte di Costa Ale Lunghe e di Rocca Jarea, che da questo versante assumono profili ben più arditi. Il sentiero era brullo e tormentato, passava attraverso pietre e pietre ma, poco oltre il punto in cui si trova il Passo del Ranco, una landa singolare si aprì ai miei occhi, rivelando scheletri di enormi pini cembri e larici che si ergevano come totem verso il cielo. Fra questi, uno spiccava per dimensioni e colore, già in lontananza. Una volta vicina, iniziai a girare intorno a questo tronco ormai morto, che però emanava una vitalità solenne. Il Tempo e gli Elementi non avevano intaccato il suo colore rossastro, né le sue numerose ed ormai incalcolabili venature. Nella luce radente della sera, quello che fu un maestoso albero si ergeva silenzioso in questo mare di montagne austere, come un vecchio capitano di ventura che aveva superato tante tempeste tranne l’ultima, che era stata per lui fatale. Ed ora godeva della terra e del cielo là dove si uniscono, ricevendo gli omaggi deferenti di coloro che giungono al suo cospetto.
Salendo e scendendo su pietroni rivestiti da licheni ed aggirando altri ostacoli di pietra, entrai finalmente nella cembreta dell’Alevè, più selvaggia ed intricata in questo vallone. I larici risplendevano al tramonto del sole, regalando alla terra la luce dei loro primi aghi caduchi. Transitai dal rifugio Bagnour, tralasciando la via per lo splendido lago Secco, per non scendere troppo di quota, e seguii la via per il Grongios Martre fino a ritornare a Castello.
Non incrociai sui miei passi né cervi né stambecchi in questo bellissimo giro di circa dodici ore di cammino, ma mi piace pensare che forse loro mi osservavano silenziosamente.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati.