La nera e lucida salamandra di Lanzai avanza lentamente a bordo del sentiero. La mattina è ancora giovane e il ricordo della pioggia della sera prima sopravvive sotto forma di infinite goccioline su ogni petalo di fiore e filo d’erba che il primo sole fa luccicare come perle. Un piccolo diedro di roccia affiora dalle placide acque del lago Fiorenza. Oggi non c’è il Monviso a rispecchiarsi, ma soltanto le verdi ed amene sponde del lago. Più su, il Chiaretto è quasi verde; sporadici raggi luminosi lambiscono tratti della sua superficie tagliandola come lucenti lame. Alti steli di infiorescenze rosa creano suggestivi contrasti cromatici. Insieme all’amico Marco di Monviso Piemonte stiamo aspettando il gruppo del giro di Viso che dal rifugio Alpetto si muove in direzione del rifugio Giacoletti: condivideremo con loro due giorni di cammino. Inganno l’attesa osservando particolari mai notati in altri momenti: un sentiero sinuoso che si apre sulla pietraia fine, puntinato dalle giacche colorate del gruppetto di escursionisti che lo sta percorrendo, le striature perfette delle rocce, le goccioline d’acqua trattenute sulle ragnatele intessute fra le brevi insenature delle pietre… Finalmente arrivano, il tempo di bere qualcosa e ripartiamo insieme. Come sempre il sentiero che sale al Giacoletti passa per verdissime cenge, ed oggi la visuale sui laghi Lausetto e Superiore è splendida, pur con poco sole. Addirittura un airone cinerino ci regala una fugace apparizione sulle acque cangianti del più piccolo dei due laghi. Anche il Re di Pietra inizia a svelarsi aprendosi un varco fra la cortina di nuvole. Il serpentone di giacche a vento e zaini colorati si muove ordinato sul sentiero. A tratti piove. Poi la mitica striscia di stoffe multicolori ci annuncia che siamo arrivati. Il rifugio Giacoletti è poco più avanti, minuscolo e addossato sotto il baluardo roccioso di Punta Udine. Nelle vicinanze, alcune piccole tende di altri escursionisti. I fili per la biancheria sono vuoti. Dal balcone al secondo piano intravedo un piccolo e colorato tappeto kilim che porta una ventata d’Asia sulle nostre Alpi. Fuori una lavagna recita una bella frase che la dice lunga sui gestori di questo mitico rifugio: “Essere veramente ospitali significa essere semplicemente noi stessi, essere così come siamo. Non possiamo accogliere nessuno se prima non accogliamo noi stessi”. Entro, lascio gli scarponi e calzo i sabot in dotazione. Il pomeriggio è ancora giovane e spero in un miglioramento del tempo, ora nebbioso ed umido. Intanto poso lo zaino nella camerata e mi cambio. Lo stanzone in legno con i grandi letti a castello e le colorate e spesse trapunte è un pullulare di zaini e voci. Appendo nel salone del refettorio i miei abiti umidi davanti alla confortevole stufa e scambio due parole con le altre persone del gruppo. Alcuni giocano a scarabeo, altri a carte, altri ancora leggono. Prendo un libro fotografico dalla biblioteca del rifugio. Descrive le imprese di sci verticale, uno sport che non fa per me, ma vengo rapita dalle incredibili immagini che lo illustrano. Poi una pagina tratta da un libro di Tiziano Terzani cattura la mia attenzione. E’ in francese e riguarda l’Himalaya, ma ben si adatta anche alle nostre terre alte. In breve essa dice che le montagne, come il mare, ispirano l’uomo e lo fanno sentire grande. E nei secoli l’uomo continua a salire in alto perché spera di trovare qui le risposte alle domande che si pone quando è in pianura. Intanto è uscito il sole. Mi rivesto ed esco a fare un giro. L’altezza delle montagne a picco sul rifugio scherma già il sole tanto che pare di essere all’ora del tramonto. La luce radente e calda accende le rocce ed i suoi gialli licheni. Inizio a salire sulle Rocce Alte del Losas. Complicati ammassi di nubi bianche si muovono nel cielo. Da lontano si sentono i primi tuoni. Salgo ancora un po’, poi vengo calamitata dalla presenza di quattro giovani stambecchi. Due di essi sono sdraiati su una piccola piattaforma rocciosa e paiono guardare correre le nuvole. Sul suolo si notano piccole piantine grasse dai fiori rosa. Gli stambecchi se ne vanno ed io mi metto al loro posto e, come loro, osservo il cielo e mi godo l’ultimo sole. Spesso nelle piccole cose c’è l’immenso. Scendo. E’ quasi tempo di cenare. Faccio due brevi telefonate a casa, mi cambio e preparo già il sacco-letto e tiro fuori la pila frontale che mi sarà utile più tardi. Stasera c’è la polenta. La tavola unisce le persone e fra chiacchiere e risate il tempo vola. Osservo il gruppo. C’è una combriccola di giovani coppie liguri, qualche persona in solitaria, chi non ha mai camminato prima e chi lo fa da tempo indefinito. Ognuno, come tutti, ha sicuramente la sua storia da raccontare. Dopo cena ci cimentiamo in simpatici giochi di gruppo che mi ricordano i tempi dell’oratorio. Pochi guardano i telefoni, qui il wi-fi non c’è, così si può fare quel che spesso non si fa più: parlare. Nel frattempo ha iniziato a piovere. Fra poco le luci si spegneranno, dunque saliamo a dormire. La mia sveglia suona alle 5.45. Come alcuni altri voglio salire sulle Rocce Alte per vedere l’alba, come faccio ogni volta che dormo qui.
Un antico racconto orientale dice che l’alba e il tramonto ci attirano tanto perché la prima è la metafora della rinascita, ed il secondo quella dell’esperienza del compiuto. Indosso la pila frontale ed insieme ad un piccolo gruppo mi avvio ancora al buio per aspettare il giorno che nascerà. La piattaforma esplicativa delle montagne che da quassù si vedono è piena di umidità. Fa freddo a stare fermi. Guardo oltre quanto suggerito dal rotondo tabellone e, affacciandomi a strapiombo, vedo con stupore il lago Superiore terso e blu. Più in là le luci di Pian della Regina e Crissolo iniziano ad accendersi costellando la pianura. E’ tempo di scendere, alle otto dobbiamo ripartire e la colazione ci sta aspettando. Un gruppo di una decina di stambecchi si muove fra le rocce. Ci saranno almeno tre cuccioli. Restiamo qualche minuto a godere di questa meraviglia della natura. I piccoli saltellano ancora un po’ incerti fra le rocce sotto lo sguardo sempre presente delle madri, poi fanno una breve pausa per bere il latte. Raduniamo le nostre cose, mangiamo e siamo pronti per partire. Accompagneremo il gruppo fino al Buco di Viso e poi scenderemo giù a Pian del Re mentre loro proseguiranno per la Francia.
Dietro di noi uno splendido Monviso incredibilmente terso ed un altrettanto bello Viso Mozzo. Alcuni stambecchi si stagliano di profilo in lontananza. Mi piace pensare che sia il loro saluto alla nostra comitiva. La discesa nel Coulour del Porco è sempre impegnativa, ma l’aria è frizzantina ed il percorso scorre bene fra rocce e tratti di nevaio. L’accesso al sentiero del Postino, che lo scorso anno mi inquietava tanto per via dei gradini metallici, ora non mi spaventa più. A metà dell’aereo itinerario inizia a piovere e a fare freddo, rendendo faticoso il tratto che da Pian Mait porta al primo tunnel delle Alpi. Lo percorriamo tutto così da salutare la Francia, poi ci accomiatiamo dal gruppo dopo aver scattato le foto di rito. La lunga discesa è tranquilla ed il sole inizia a spuntare. Uno scorcio su Pian Fiorenza ci dice che Pian del Re è ormai vicino.