“Sei solo nella nebbia,
ogni strada, albero, filo d’erba,
raggiunge nuove distanze
dilata in confini.
Sei solo e lontano nella nebbia,
puoi essere te stesso,
uno, e milioni di persone.
Sei solo, felice o triste,
la nebbia dilata ogni sensazione.”

La bruma della scorsa domenica mi ha fatto venire in mente questa poesia di Stephen Littleword.
Insieme ad alcuni amici mi trovavo lungo il sentiero per il Vallanta, in un momento di tregua concessoci dalla pioggia abbondante del primo mattino. L’idea era di salire almeno fino al Gias Fons, rinunciando al vallone delle Giargiatte, e poi di ridiscendere a Castello attraverso il bosco dell’Alevè. Gli sprazzi di sole stavano liberando un po’ di azzurro del cielo e delle visuali sulle Rocce Meano che facevano ben sperare. Invece quel fugace tepore, unito all’umidità del suolo e delle piante aveva generato una nebbia sottile. Come se non bastasse, il cielo era di nuovo diventato grigio e minaccioso. Così poco sopra le grange Gheit avevamo deciso di accorciare il nostro cammino riprendendo la via del ritorno per Costa Ciarme e Costa Piatta, in mezzo ai larici ed ai pini cembri del medio bosco dell’Alevè.
La nebbia spegneva i colori ed accendeva le sensazioni, costringendo il nostro sguardo ad andare oltre la coltre grigia. A sprazzi i primi colori autunnali emergevano dal nulla facendoci constatare che a volte la nebbia più che togliere, aggiunge. Quando lo sguardo non si può perdere lontano come in una giornata tersa, la visuale si può comunque ampliare con osservazioni diverse e complementari: quelle dei dettagli che appaiono all’improvviso facendosi apprezzare.
Dietro al velo biancastro le sagome inconfondibili dei tre grandi cembri allineati dietro al profilo delle grange Belchiot preannunciavano l’inizio del sentiero in mezzo al folto degli alberi. Il rumore del torrente Vallanta, parallelo a noi e più in basso, era come schermato dalla presenza della bruma, allo stesso tempo cortina per la vista e sordina per l’udito.
Ci addentravamo nel fitto del bosco. La nebbia sottile dissolveva il contorno degli alberi creando un’atmosfera incantata. Le gocce di pioggia apparivano all’improvviso sulle punte degli aghi di pino, simili a perle di vetro. L’umidità rappresa evidenziava la trama perfetta di una ragnatela o le nodosità delle radici che bucavano il sentiero. Nel complessivo non-colore, il bianco e rosso dei segnali dipinti sulle pietre e colto dallo sguardo a distanza ravvicinata, sembrava un quadro astratto. Talvolta il velo grigio si squarciava per rivelare porzioni di paesaggio, come una piccola radura o un pendio rivestito di larici e pini. Pigne svuotate dai loro pinoli e rese molli dalla pioggia giacevano numerose al suolo. Qua e là i grandi ombrelli delle coriacee mazze di tamburo facevano capolino dalla terra rossastra. Era bello soffermarsi ad osservare questi funghi inginocchiandosi, così da avere gli occhi al loro stesso livello. In generale, una serie di verruche scure ne punteggiava il cappello, sotto al quale si aprivano geometricamente perfette le lamelle. Il gambo apparentemente esile si allargava alla base, adornato a metà altezza da una sorta di collare chiaro. In particolare ciascun fungo differiva dagli altri per la forma del cappello, più chiusa o più aperta, per la quantità e la disposizione delle verruche e per le dimensioni dell’anello sul gambo.
I rari ed effimeri raggi di luce creavano surreali effetti visivi fra le fronde degli alberi, e costringevano i nostri occhi a scrutare fra la foschia nella speranza di scorgere la sagoma fugace di un capriolo o di un cervo. Poi gli occhi si soffermavano sul ciglio del sentiero e notavano la presenza di un formicaio e poi di un altro ed un altro ancora.
Gli alberi danneggiati irrimediabilmente dai temporali giacevano a terra in cataste: la Forestale aveva da poco messo in sicurezza il sentiero, e l’odore forte di resina si sprigionava dai tronchi, la cui corteccia era in parte rivestita da lanuginosi licheni giallastri. I rami, anch’essi segati ed accatastati, avevano lasciato su quello che era il loro tronco sagome circolari concentriche di svariate sfumature e tonalità del marrone. Il tutto conferiva ai tronchi l’aspetto di grossi totem riversi al suolo.
Accanto ad essi, giovanissimi alberelli di cembro emergevano delicati ma spavaldi dalla terra, perpetuando il rinnovo del bosco grazie a qualche pinolo dimenticato dalle nocciolaie.
Continuavamo a camminare nella nebbia, con la sensazione di fonderci con gli elementi della natura. Separati a pochi passi gli uni dagli altri, ci sembrava di essere soli se ci voltavamo indietro, perché la bruma celava i nostri profili fino all’ultimo. Tutto appariva incerto e per questo affascinante. La nebbia sapeva rendere a suo modo le cose meravigliose, soprattutto quelle inattese.
E da lì a poco ecco l’incontro con chi non pensavamo di incontrare. Tra i profili seminascosti dei cembri, nel silenzio rotto solo dai nostri passi, si rivelavano improvvisi i musi di due mucche bianche che ci osservavano placide e quasi spettrali. Poi, dietro un tronco proprio di fronte a noi, un’altra grossa mucca sedeva tranquilla e ci guardava. Scrutando più attentamente fra gli alberi ci accorgevamo che le mucche erano tante, e pascolavano silenziose in quell’atmosfera surreale, quasi come se si curassero di non dondolare i loro campanacci il cui suono avrebbe rotto la stasi fuori dal tempo e dallo spazio di quel momento.
La nebbia aveva reso unico e particolare un incontro che, in condizioni di normale visibilità, sarebbe stato se non banale, ordinario.
Continuiamo a camminare nel fitto del bosco ed iniziamo a costeggiare un lungo muretto a secco. Ad un tratto avvertiamo il tintinnio di un campanellino e, poco dopo, ecco materializzarsi un bel gatto dall’aspetto domestico. Il felino ama le carezze e ci segue per un bel tratto di sentiero, fino all’altezza del rifugio Grongios Martre, dove probabilmente dimora. Qui la nostra via si ricongiunge con quella che conduce a Castello. A tratti pioviggina, ma ormai siamo arrivati. A Casteldelfino ci aspetta un bel piatto di ravioles per concludere questa bella giornata fra amici.

Testo ed immagini di Elena Cischino, tutti i diritti sono riservati